LETTERA APERTA ALLE IMPRESE ITALIANE

Egregio signor Imprenditore,

Non abbiamo bisogno di spendere molte parole per sottolineare la gravità del momento, sia per la debolezza cronica del mercato, sia per la asfittica situazione finanziaria in cui si muovono le imprese cui le banche concedono credito con il contagocce, sia infine per il deterioramento della situazione sociale soprattutto per il profilo dell’occupazione che segna da tempo un costante arretramento.

Riteniamo che questa crisi non sia congiunturale e che, nonostante le promesse e le assicurazioni, essa graverà su paese e sulle imprese ancora a lungo se non si assumono provvedimenti radicali. Pensiamo, infatti, che il problema sia strutturale, e che il nodo che è venuto al pettine è quello di un’economia che fonda la sua espansione e la creazione del denaro sul debito. Il problema non è la capacità produttiva né la produttività delle imprese, bensì la mancanza di liquidità, che rallenta i flussi di cassa bloccando l’incasso dei crediti e rendendo difficoltoso il pagamento dei debiti correnti.

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Facebook, la rivoluzione, le poltrone e il popolo bue

Ogni rivoluzionario sa che è il popolo a decidere i tempi ed i modi della rivoluzione. Il compito di un rivoluzionario è capire quali sono questi tempi e questi modi e quando il popolo non lo segue, non deve prendersela con il popolo ma con sé stesso. Non basta evidentemente dirsi rivoluzionari e desiderare ardentemente un cambiamento radicale perché la rivoluzione avvenga realmente. Il nostro sentimento non è necessariamente condiviso, e la nostra percezione individuale non necessariamente coincide con la percezione degli altri. Perciò se io decido che è arrivato il momento di fare la rivoluzione, prima di scendere in piazza dovrei interrogarmi su che cosa mi spinge a formulare questo pensiero, per evitare di trovarmi da solo o con due gatti che si sono convinti della stessa cosa come me, e non subire la delusione che ne può conseguire.

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