Una mia intervista su Antarès, rivista di prospettive antimoderne

Copertina del n° 4/2012 della Rivista Antarés

Copertina del n° 4/2012 della Rivista Antarés

 Ho avuto il piacere di essere intervistato dalla Rivista Antarès, prospettive antimoderne, sulla crisi economica e le sue prospettive. L’intervista è stata pubblicata nel n° 4 del 2012. Questo è il testo completo:

 

La moneta debito e le crisi economiche

Quali sono a Suo parere le cause della crisi che stiamo vivendo?

La crisi economica e finanziaria, che ha investito il mondo intero con grande virulenza nel 2007 ed ha avuto una nuova drammatica fiammata nel 2010 che dura tuttora, ha radici lontane.
La verità è che il sistema capitalistico passa da una crisi all’altra, sempre più violenta e profonda, e non c’è nessuna spiegazione soddisfacente di questo fenomeno, né il capitalismo ha elaborato antidoti efficaci per impedire queste crisi. La gente ha poca memoria, soprattutto dei fatti spiacevoli, e non ricorda le crisi del passato, se non quelle di dimensioni tali da essere passate alla storia, come quella del ’29. Anche il mediatico ha pochissima memoria, o fa finta di non averla, e non ricorda le crisi anche recenti. Gli anni Ottanta hanno rappresentato, almeno in Italia, l’ultima illusione di una crescita possibile in un clima sociale relativamente stabile permeato da un certo ottimismo. Sono gli anni della crescita del debito pubblico in rapporto al PIL, che passa in pochi anni dal 63% del 1982 al 90,83% del 1988, ma anche quelli del “divorzio” tra la Banca d’Italia e il Tesoro. Ancora quattro anni e il debito supera il PIL attestandosi nel 1992 al 105,49%. In quell’anno ricordo la grave crisi finanziaria che consentì l’attacco speculativo di Soros e compagni e che comportò l’uscita dell’Italia dallo SME. Da allora viviamo in uno stato di crisi permanente, interrotto, sporadicamente, da periodi di pausa ma sempre più brevi ed episodici.
Ripeto da anni che il nodo del problema è il debito, che è destinato inevitabilmente a crescere poiché la stessa moneta viene creata sul debito. Ora che il debito aggregato è divenuto un multiplo del PIL, qualcuno si sta rendendo conto che forse il problema è proprio qui. Solo che rendersene conto comporta mettere in discussione il fondamento stesso dei capitalismo, ovvero il capitale e la sua natura. Intendo il capitale come denaro che si traduce in mezzi di produzione per l’esercizio dell’attività di impresa e genera profitti. La creazione del denaro sul debito comporta che la crescita dell’economia sia accompagnata necessariamente dalla crescita del debito e quindi degli interessi che l’utilizzo di questo comporta. Ma gli interessi sono per lo più una rendita, né più né meno di quanto non lo fosse il possesso della terra all’epoca della Rivoluzione Francese. Una rendita che si impadronisce di quote crescenti della produzione e che, sfruttando il proprio dominio, ha determinato per la propria esistenza condizioni di assoluto privilegio. Tra queste, l’evidente sperequazione tra il trattamento fiscale delle rendite da azioni o titoli o gestione di immobili, rispetto alle condizioni direi quasi schiavistiche a cui il regime fiscale sottopone il lavoro. La creazione di denaro sul debito ha due conseguenze immediate. La prima è che il denaro tende ad essere sempre più scarso, poiché questo stato ne aumenta la redditività, e la seconda è che la crescita dell’economia dipende dalla crescita del debito. Da qui derivano sia le profonde sperequazioni nella distribuzione del reddito, al punto che nei “paradisi fiscali” poco più di ottantamila persone posseggono tanto denaro quanto il PIL di USA e Giappone messi assieme, sia le crisi di debito sempre più violente e ravvicinate. Gli effetti del capitale finanziario nei paesi non sono molto diversi da quelli delle cavallette sui campi di grano. Arrivano in sciami sempre più grandi e incontrollabili, prendono tutto quello che c’è da prendere e poi se ne vanno, lasciando miseria e desolazione.

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