Le Idi di Marzo e la vera storia di Cesare il popolare e di Bruto il banchiere usuraio

Oggi è il 15 marzo 2019, e 2063 anni fa, a Roma, ci fu un assassinio politico di cui si è parlato molto, che è stato rappresentato e riproposto mille volte ma del quale le vere cause sono sempre rimaste nell’ombra. Mi riferisco, com’è evidente, all’assassinio di Caio Giulio Cesare, avvenuto appunto alle Idi di Marzo del 44 a.c.

Sono ormai diversi anni che scrivo di questo delitto e cerco di indagarne le vere cause. Ci hanno fatto credere che gli assassini di Cesare fossero ferventi repubblicani desiderosi di restaurare le istituzioni repubblicane e riportare la libertà a Roma, mettendo fine alla dittatura di Cesare e alla sua presunta ambizione di instaurare a Roma un regno.

Questa storia, raccontata da Tacito e da altri ottimati scrittori di storia ostili alla Gens Giulia che difendeva invece gli interessi del popolo romano,  non mi ha mai convinto. Ed è una storia quanto mai attuale, poiché anche oggi si agitano nello sfondo delle lotte politiche in Italia e nel mondo le medesime ragioni che determinarono le vicende della repubblica romana e portarono all’assassinio di Giulio Cesare.  In realtà basta fare qualche rapida indagine per capire. Ad esempio andare a leggere le leggi che Cesare promulgò dopo aver sconfitto Pompeo e il partito degli ottimati nella battaglia di Farsalo. E magari andare a scoprire il profilo dei suoi principali oppositori che poi divennero i suoi assassini. Tra questo, il figlio adottivo (e forse anche naturale) Bruto o quel Cassio che molto coraggiosamente abbandonò Crasso al suo destino durante la battaglia di Carre, rifugiandosi con i suoi cinquemila cavalieri dentro la cittadella.

Scopriamo così, che tutti costoro avevano forti ragioni economiche per avversare le politiche redi-stributive di Giulio Cesare, poiché la maggior parte di questi nobili signori praticava l’usura sia in Italia che nelle province.  E allora più che di anelito alla libertà di tutti, ci accorgiamo che si trattava dell’anelito alla propria libertà, ed esattamente alla libertà di investire dove volesse e strangolare i propri debitori con interessi usurari, e non pagare nemmeno una tassa sui propri guadagni. Se questa è la libertà, allora possiamo dire che Bruto anelava davvero alla libertà. Di fare il suo comodo. La questione è molto importante ancorché si sia verificata più di duemila anni fa. Sia perché la storia è il fondamento dell’etica sociale, sia perché nei nostri giorni, in misura e con forme diverse, stiamo rivivendo la stessa lotta di allora tra il potere della finanza e degli strozzini, e gli interessi del popolo. E il meccanismo è sempre lo stesso, il nemico dei banchieri e degli usurai viene dipinto come un tiranno sanguinario che deve essere abbattuto in nome della libertà.

Quella che voglio raccontare è la vera storia di colui che viene presentato come il difensore delle libertà democratiche e repubblicane di Roma, Bruto, il capo riconosciuto dei congiurati che uccisero Giulio Cesare alle Idi di Marzo del 44 a. c.

Cassio Longino volle coinvolgerlo e nominarlo capo dei congiurati per via della sua lontana discendenza con quel Lucio Giunio Bruto che nel 509 aveva scacciato Tarquinio il Superbo. Cassio Longino era deluso da Cesare, che gli aveva preferito il fidato Antonio nel consolato e l’aveva relegato a fare il pretore insieme a Bruto. Servio Sulpicio Galba, prozio dell’imperatore, altro congiurato, era stato trombato alle elezioni nonostante fosse candidato dei cesariani, ed era  animato da invidia e rancore. Gli altri, da Decimo Bruto a Gaio Trebonio erano tutti esponenti della classe dominante romana che vedeva nella politica popolare e populista di Cesare un attacco mortale al proprio patrimonio e quindi, al proprio potere.

Andiamo allora a vedere meglio che cosa è successo e perché Cesare era tanto inviso agli ottimati. E scopriamo una divertente sorpresa, perché anche qui la storia non ce l’hanno raccontata giusta.

Marco Giunio Bruto faceva il banchiere. Anzi per la verità faceva proprio lo strozzino, visto che chiedeva interessi che definire usurai è un eufemismo.

Gaio Giulio Cesare era notoriamente un avversario irriducibile degli strozzini romani. Che comunque l’hanno finanziato sia per le campagne elettorali che per le guerre, ma che dopo la conquista del potere, furono duramente colpiti nei propri interessi da Cesare.

Sull’avversione di Cesare nei confronti degli strozzini abbiamo numerose testimonianze: la più divertente ce la riferisce Svetonio. Durante i trionfi per le vittorie conseguite in giro per il mondo (Cesare ne fece quattro consecutivi da agosto a settembre, e furono giornate di gran festa per il popolo romano) I soldati delle Legioni avevano licenza di dire tutto quello che volevano dei propri comandanti. E così i soldati di Cesare cantavano tra gli altri, un distico che recitava così: urbani, seruate uxores: moechum caluom adducimus. aurum in Gallia effutuisti, hic sumpsisti mutuum (Cittadini sorvegliate le vostre donne! Vi portiamo lo zozzone calvo che ha sperperato con le donne in Gallia i soldi che ha preso a prestito dai romani) [Svetoni Tranquilii Vita Divi Iuli, 51] . Distico che avrebbe suscitato l’invidia di Berlusconi che, in quanto a donne, non si ritiene secondo a nessuno. Tuttavia Berlusconi si è poi rifatto con il lodo Alfano, che prevede un’immunità più ampia della Lex Memmia che Cesare fece applicare a sé stesso prima di partire per la Gallia e che impediva di mettere sotto processo il politico che fosse impegnato in campagne militari all’estero (cioè lui) per tutto il periodo di servizio.

Pare che al momento della partenza per la Gallia, egli fosse inseguito da una torma di strozzini che volevano portarlo in Tribunale per farsi restituire il credito. Sembrava infatti, che con il Primo Triunvirato Cesare avrebbe avuto l’assegnazione dell’Oriente, che invece fu preso da Crasso, che era molto più ricco e potente di Cesare, ma che poi ci trovò la morte ad attenderlo. Invece, a Cesare toccò la pericolosissima Gallia, dalla quale solo quarant’anni prima provenivano i Cimbri e i Teutoni che solo un grande Mario riuscì a sterminare. Oltretutto in Gallia, oltre a popolazioni bellicose e temibilissime, non c’erano nemmeno grandi ricchezze, e così certi finanziamenti erano diventati ad altissimo rischio e gli strozzini volevano farseli restituire prima che Cesare partisse. Non ricordo più chi racconta che Cesare decise di far partire la lettiga con i Littori e la scorta vuota, per evitare di essere toccato dai suoi creditori e costretto ad andare davanti al giudice (la citazione in giudizio funzionava così), e dovette partire di nascosto pare travestito da donna e da Ostia.

Comunque sia, una volta conquistato il potere assoluto,  Cesare mette mano alla riforma in senso popolare dello Stato per venire incontro alle esigenze dei populares che l’avevano sempre sostenuto e porre fine a sessant’anni di guerre civili che avevano visto il prevalere o dell’una o dell’altra fazione. Promulgò una serie di leggi che per gli strozzini romani furono una vera iattura. A partire dalla lex Iulia de bonis cedendis , con la quale stabilì non solo l’istituto della cessione dei beni ai creditori per liberarsi dei debiti (istituto che è ancora la base del diritto fallimentare) ma soprattutto che, nel calcolare l’ammontare del credito, i beni ceduti fossero valutati al prezzo che avevano prima della guerra civile (e quindi molto più alto), e con la Lex Julia de pecuniis mutuis stabilì che le somme pagate a titolo di interessi, andassero invece a scomputare il capitale (e così molti strozzini si videro costretti a restituire i beni presi alle loro vittime) abolendo al contempo il pagamento degli interessi. Per la verità Dolabella, uno dei maggiori sostenitori di Cesare, aveva proposto la proclamazione di un anno giubilare con la remissione di tutti i debiti, ma Cesare non se la sentì di prendere un provvedimento tanto drastico e preferì limitare gli interessi e la sorte capitale dei debiti.

Altra legge contro i ricchi fu la Lex Julia de mercedibus habitationum annuis, che stabiliva il prezzo massimo degli affitti in città (Eh sì, proprio l’equo canone!) che durante la guerra civile erano saliti molto per l’afflusso di profughi a Roma. A Roma non più di 2.000 sesterzi, in Italia non più di 500 sesterzi. Insomma un disastro per gli immobiliaristi! D’altra parte Crasso era morto e Cesare non aveva più vincoli nei confronti di un ex triumviro che era proprietario a Roma di buona parte delle case di abitazione del popolo.

E che dire, poi, della legge Lex Iulia de modo credendi possidendique intra Italiam , che obbligava i ricchi a possedere almeno il 60% del proprio capitale in Italia, legge che non prevedeva alcun condono per il rientro dei capitali dall’estero. Era considerato ricco chi aveva un patrimonio di almeno due  milioni di sesterzi.

Forse la goccia che fece traboccare il vaso della scarsa pazienza dei ricchi ottimati, fu però la  riforma della Lex frumentaria , che risaliva ai Gracchi e prevedeva la distribuzione ai cittadini indigenti di una quantità di frumento ed altre utilità alimentari sufficienti per farli vivere. Ovviamente, molti ricchi avevano fatto iscrivere nelle liste dei beneficiari i loro clientes, cui tradizionalmente avrebbero dovuto provvedere con le proprie sostanze. Insomma, niente di diverso dalle pensioni di invalidità generosamente erogate agli amici ed elettori di certi nostri politici.  Insomma, una legge non molto diversa da quella recentemente promulgata dai Cinque Stelle con il nome di Reddito di Cittadinanza e che è invece una forma di assistenzialismo non dissimile da altri provvedimenti assunti praticamente in tutti i paesi europei. Il reddito di cittadinanza è invece una misura che riguarda tutti i cittadini (non solo i più poveri) e che si applica senza alcuna condizione, ma questo è un altro discorso che ho approfondito in diversi miei libri.

L’elenco dei beneficiari della legge era divenuto enorme grazie a Clodio e all’appoggio degli ottimati. Al momento della riforma erano iscritti oltre 350.000 cittadini che Cesare ridusse a poco più della metà, costringendo molti ricchi a riprendersi in carico i propri protetti.

Insomma, i ricchi e gli usurai non erano certo contenti della politica di Cesare nei loro confronti. Soprattutto non poteva esserlo  Bruto, il quale come dicevo, faceva il banchiere. La cosa ci viene raccontata da Marco Tullio Cicerone il quale in una lettera a Attico, la XIX , riferisce che Bruto era il vero proprietario della somma di di trentatré Talenti d’oro (una cifra enorme) prestata alla città di Salamina. Dice che Bruto gli aveva presentato l’operazione come effettuata da suoi amici, tali Scaptius e Matinius, che erano invece i suoi agenti in Grecia.

Bruto nell’anno 53 era stato nominato Questore in Grecia dal suocero Appio Claudio Pulcro, uno dei maggiori esponenti del partito pompeiano e suocero del maggiore dei figli di Pompeo. Appio Claudio era stato nominato da Pompeo proconsole in Cilicia, nella cui giurisdizione ricadeva anche la Grecia. Bruto si mise a fare il suo mestiere prestando soldi ad Ariobazane re di Cappadocia, ed alla città di Salamina vessata con il tasso vergognoso del 48% all’anno che le squadracce della cavalleria di Appio Claudio andava a riscuotere seminando il terrore nell’isola, provocando persino la morte per fame di cinque senatori durante l’assedio di un villaggio per riscuotere i crediti usurai di Bruto. Al suo ritorno a Roma, Appio Claudio fu messo sotto accusa per peculato e lesa maestà, per la corruzione e le ingiustizie che avevano caratterizzato il suo malgoverno. L’accusa si fondava sulla Lex Calpurnia de repetundis, che consentiva la messa in stato di accusa da parte di un Tribunale itinerante per quei proconsoli o magistrati che si fossero resi colpevoli di vessazioni sia per interessi che per tasse ai danni delle popolazioni amministrate. Allora il tasso di interesse massimo che si poteva chiedere ammontava al 12% annuo e senza anatocismo (Cicerone, invece faceva applicare l’anatocismo  nelle sue giurisdizioni).

Insomma, questo preclaro esempio di cittadino repubblicano, rispettoso dei bisogni del popolo e della democrazia, che mandava le squadracce a riscuotere i crediti, peggio di quanto non facciano la mafia e la camorra con i loro vessati, suscitò il disgusto persino di Cicerone che definì vergognoso il prestito alla città di Salamina.  A lui sembrava eccessivo anche un interesse del 12% annuo (Cum senatus consultum modo factum sit, puto, postquam tu es profectus, in creditorem causa, ut centesimae perpetuo fenore ducerentur), figuriamoci quattro volte tanto. Bruto pretendeva da Cicerone, che era succeduto a Appio Claudio nella carica di Proconsole della Cilicia, che costui mandasse le squadracce di cavalleria a convincere i riottosi debitori della città Greca ad onorare il pagamento del debito, che era assolutamente insostenibile per la città. Cicerone non ci pensa minimamente a sporcarsi con simili manovre, e liquida i due agenti di Bruto con generiche rassicurazioni.

Tuttavia comprendiamo per quale ragione Bruto, nonostante la madre Servilia Cepione fosse stata l’amante preferita di Cesare che aveva deciso di adottarlo anche per questo (ma soprattutto per i soldi), nutrisse tanto odio nei confronti del suo patrigno. Per uno che faceva il banchiere all’estero a quei tassi di interesse, le leggi di Cesare comportavano un drastico ridimensionamento economico e quindi politico. E questo per le ambizioni di Bruto era assolutamente intollerabile.

L’assassinio di Cesare, realisticamente, non nasce quindi da un disperato tentativo di ripristinare le istituzioni repubblicane, travolte dagli eventi e dalla storia, ma come spesso è accaduto, per la tutela degli interessi di una lobby di plutocrati, oligarchi ed usurai duramente colpita da riforme popolari. Già, ma non si può mica raccontare che i banchieri uccidono per il loro potere, pensate a Lincoln, ai due Kennedy. E allora la storiella della difesa della libertà e delle istituzioni repubblicane, e un banchiere assassino diventa l’ultimo baluardo della libertà.

Le falsificazioni della storia, però, prima o poi vengono sempre a galla. E questa storia che usurai, oligarchi e banchieri potessero giustificare il loro assassinio raccontando la favola di essere difensori delle libertà di tutti è sempre meno credibile e smentita dai documenti esistenti, che provano che la loro fu solo una difesa dei privilegi della loro casta, duramente colpita dalle riforme di Giulio Cesare.

Una ventina di anni fa, la banca e il sistema finanziario divenne la fonte dell’etica pubblica, e i suoi rappresentanti divennero i massimi esponenti politici del nostro paese. Mi riferisco a Ciampi, a Dini, a Fazio e da ultimo a Draghi. Poi si cominciò a scoprire che le banche praticano senza alcuno scrupolo, l’usura e furono proposte leggi che la abolissero o quanto meno la limitassero. Nell’antica Roma, le guerre civili che l’insanguinarono nell’ultimo secolo della repubblica si possono riassumere tranquillamente come le lotte dei popolari contro l’usura e le vessazioni degli ottimati. Ora che i nipotini di quegli usurai, oligarchi e banchieri cercano di apparire come i difensori della democrazia nel mondo, la rilettura di questa storia e delle vere ragioni dell’assassinio di un grande uomo come Giulio Cesare è divenuta importantissima, poiché ci consente di capire quali reali motivazioni li spingano verso la guerra. E come al solito si tratta delle difesa di privilegi e interessi, e non certo della democrazia.

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