Ma che succede nell’Unione Europea?

In tema con la Pasqua appena passata, questa crisi da coronavirus si sta mostrando come una corona di spine sulla testa dell’Unione Europea. La riunione dell’Eurogruppo, ancorché sbandierata da Italia e Francia come un grande successo, è stata in realtà deludente e inconcludente. Gli strumenti finanziari prospettati sono pochi, assolutamente insufficienti e pure lenti nell’attivazione. Sia i fondi della BEI che il Sure, la Cassa Integrazione europea non riescono a soddisfare soprattutto la principale delle esigenze che hanno tutti i paesi, trovare liquidità subito per impedire la catena di fallimenti che inevitabilmente sconvolgerebbe il tessuto economico e sociale dei paesi colpiti dall’emergenza. Spagna e Italia rifiutano categoricamente l’intervento del MES, per i condizionamenti che questo strumento porta inevitabilmente con sé e che non sono negoziabili se non con l’adesione di tutti i paesi della comunità che partecipano al fondo. Di fatto, una mission impossible. Oltretutto il MES ha davvero pochi mezzi finanziari per poter intervenire efficacemente e porrebbe sui paesi che accedessero ai suoi fondi le stimmate del paese in difficoltà finanziarie che viene commissariato dall’Unione Europea. Il che sarebbe un segnale preciso per i mercati di inaffidabilità totale dei titoli di quel paese, con la conseguenza che lo Spread salirebbe alle stelle e gli interessi sul debito pure.

Infine, la BCE,che pure ha messo in campo mezzi notevoli, fino a 750 miliardi di euro, solo che anche sforando i limiti,la BCE non può comprare più di 15 miliardi al mese, che pure sono insufficienti, dato che le esigenze immediate di liquidità sono decisamente superiori.

Giustamente ci si batte per gli Eurobond o per il Recovery Fund, che di fatto sono due varianti della stessa idea. La crisi è esogena alle economie dei paesi e va affrontata unitariamente dall’Unione Europea. Peccato, però che gli strumenti proposti siano ben lungi dalla possibilità di essere attivati subito, come sarebbe necessario. Per far partire gli Eurobond, è necessario approvarne l’emissione con il prossimo bilancio pluriennale della UE, e quindi non se ne parlerebbe almeno fino alla metà dell’anno prossimo. Anche il  Recovery fund avrebbe bisogno di un passaggio unanime dei paesi che fanno parte dell’Unione e quindi richiederebbe tempi lunghi e discussioni infinite, se adesso non ci si riesce nemmeno a mettere d’accordo su come ripartire i costi dell’Unione lasciati scoperti dal Brexit. Oltretutto ci sono da superare gli innumerevoli ostacoli che si frappongono tra l’eventuale decisione di utilizzare uno di questi strumenti e la loro effettiva realizzazione, a partire dalla decisione della Corte Costituzionale Tedesca che è stata investita della questione dell’utilizzo da parte della BCE del QE al di fuori dei limiti che la stessa Corte aveva stabilito quando le fu sottoposto il programma di Draghi. E’ presumibile che non succeda niente, ma intanto la decisione che sarà presa il 5 maggio prossimo è di per sé un motivo di incertezza per gli investitori.

In un articolo sul Sole24Ore di ieri 15 aprile, vengono intervistati due gestori di fondi che operano sui mercati, Mediobanca e Citigroup, ed entrambi manifestano forti perplessità sulla stessa possibilità della Comunità Europea di intervenire efficacemente in questa situazione. Alla decisione della Corte di Karlsruhe, si aggiungono le forti opposizioni dei partiti populisti in Germania, Olanda e Austria contro ogni programma di gestione comune di questa crisi. Il diniego di olandesi e tedeschi verso gli Eurobond si spiga anzitutto in questa ottica, poiché questo strumento è già stato dipinto dai populisti come un modo surrettizio dei paesi del sud Europa di rubare i soldi ai paesi del nord facendo loro pagare il peso e le conseguenze delle proprie inefficienze. Non è proprio così, come abbiamo visto, ma vaglielo a peigare al bottegaio di Munchen o di Rotterdam che i soldi che lui paga in tasse non saranno toccati dagli Eurobond. Per cui occorrerà trovare un equilibrio difficilissimo per chiamare questa cosa in un modo tale da non scatenare le ire della destra populista e nazionalista. Ma anche se si riuscisse nell’intento, si tratta poi di definire l’intervento nell’ambito del bilancio della comunità del 2021/2025 e quindi convincere i 26 paese rimasti nella comunità ad adottare nei propri bilanci nazionali gli stanziamenti necessari per fare fronte alla costituzione di questo fondo. E in ogni caso il fondo arriverebbe con enorme ritardo rispetto alle necessità che, come abbiamo ripetuto fino alla noia e com’è evidente a tutti (tranne forse ai nostri governanti), sono immediate. E per immediate si intende proprio ora, questo momento, questi giorni al massimo tra la metà di aprile e la metà di maggio, altrimenti, ripeto, molti non riapriranno proprio.

La Presidente della Commissione Europea Ursula Von Leyen, ha fatto un intervento che sembra animato dalle migliori intenzioni, dicendo che la UE deve chiedere scusa all’Italia per la sua assenza nella fase iniziale della pandemia, ma che ora l’Unione è compatta nel sostenere l’Italia e anche gli altri paesi colpiti da questo grave evento. Tutto bene? Manco per niente, quella della Von Leyen è sembrata una mossa politica per cercare di convincere i più riottosi e per mandare un messaggio rassicurante ai mercati,ma in realtà lei stessa si rende perfettamente conto delle difficoltà, tanto che ha parlato di un non meglio precisato “intervento ponte” della Commissione Europea dal suo bilancio in attesa dell’approvazione del nuovo bilancio. Difficile ipotizzare un intervento simile senza avere alcuna certezza sull’approvazione futura di un recovery fund o di Eurobond per fare fronte alla crisi. E quale investitore prenderebbe titoli che rischierebbero di essere denunciati in caso di mutamento delle maggioranze in uno qualunque dei paesi membri dell’Unione? La cosa assurda è che in questa situazione la stessa BCE è a rischio com’è a rischio la stabilità e la permanenza dell’euro. La BCE potrebbe intervenire con lo  Omt (outright, monetary transactions), ovvero la stampa illimitata di euro per tenere al riparo sia paesi sotto attacco che l’euro stesso. Il piccolo particolare che non quadra è che lo OMT è accessibile solo se un paese ne fa richiesta nell’ambito del MES, e qui casca l’asino, perché comporterebbe l’adesione a un programma che com’è noto “commissaria” un paese,le sue istituzioni politiche e finanziarie e che è progettato per riportare in equilibrio i conti del paese commissariato mediante tagli alla spesa nell’ambito della logica liberista, e non per fare fronte a una emergenza come questa.  In altri termini, Italia, Spagna e Portogallo, e forse la stessa Francia, dovrebbero chiedere di essere commissariate dall’Unione per ottenere lo scudo dello OMT che consentirebbe alla BCE di acquistare tutti i titoli del debito pubblico necessari. Difficile che uno di questi paesi possa accettare una simile prospettiva.

La morale è che appare evidente agli investitori la debolezza e l sostanziale impotenza dell’Unione Europea, e che i rischi di una rottura si amplificano enormemente proprio per questa ragione, così come si profilano in concreto seri rischi di crisi dell’euro e della sua stabilità.

E’ probabile cche dobbiamo quindi fare da soli, comunque, nonostante i pentimenti della Von Leyen e della Lagarde, e la (eventuale) buona volontà dei governi tedeschi e olandesi che, comunque, è tutta da dimostrare. Si può? certo che si può, ma il nostro governo non sta procedendo su questa strada che richiede davvero coraggio e capacità innovativa, qualità entrambe assenti ingiustificate in questo governo.

 

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