Sulla necessità della caduta dei tassi di interessi un estratto da un mio libro del 2001

Nell’ormai lontano 2001 ho pubblicato con la Malatempora un libro il cui titolo sarebbe dovuto essere “Dove va la Nuova Economia” in cui, tra l’altro, davo una definizione e una ragione al termine e alla natura di Nuova Economia un po’ più approfondita della banale -allora in voga- identificazione della Nuova Economia con la crescita esponenziale delle borse avvenuta tra la fine del 1999 e la prima metà del 2000.  Accadde che quando il libro era in stampa, ci fu un crollo delle borse e il termine “Nuova Economia” era divenuto impronunciabile, stante la stupidissima identificazione sopra descritta. Così, all’ultimo momento, dopo un concitato e rapido confabulare tra l’editore, lo stampatore e il distributore, fu deciso di dargli un titolo diverso che è quello con cui il libro uscì a marzo 2001, di “Dove andrà a finire l’economia dei ricchi – da Crasso a Bill Gates” che c’entrava poco o nulla con il testo che avevo scritto, ma che lo rendeva almeno non inviso alla gente che nel crollo delle borse aveva perso un sacco di soldi.

Come racconto nella prefazione alla seconda edizione, il libro fu molto sfortunato: nella concitazione di dover effettuare le modifiche imperativamente richieste dallo stampatore, il file che finì in stampa aveva perduto tutte le formattazioni e le note, per cui ne venne fuori un testo per buona parte largamente incomprensibile e stampato malissimo. Peccato, perché nel libro, oltre ai ragionamenti sulla Nuova Economia, ci sono alcune interessanti considerazioni di stretta attualità, sulle ragioni dell’ineluttabilità del calo dei tassi di interessi sino a zero e oltre. Allora, la definivo una tassazione necessaria sulla moneta, ma dall’anno successivo ho cominciato a parlare di tasso negativo che è la stessa cosa da un diverso punto di vista.

Riporto qui la prefazione alla seconda edizione e gli ultimi due capitoli, nei quali si tratta di questi argomenti. Credo che ne farò una nuova edizione riveduta e ampliata con le vicende attuali del tasso negativo, riprendendo quegli argomenti.  Nel “copia e incolla” la numerazione delle note se ne è andata e il programma ha ricominciato daccapo.

Buona lettura!

 

Estratti dal libro “Dove andrà a finire l’economia dei ricchi” Editrice Malatempora 2001

 

PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE

 

La prima edizione di questo libro è stata particolarmente sfortunata. Il libro è un tentativo di descrizione di un fenomeno che all’inizio del nuovo secolo sembrava poter cambiare le sorti del mondo intero, ovvero la nuova economia. Per la verità, il termine indicava cose e ambienti che avevano poco o nulla di nuovo, a parte il generico riferimento al software ed al Nasdaq, la borsa di New York in cui erano quotate principalmente le imprese che si occupavano di servizi. Molta stampa nostrana, completamente a digiuno anche delle nozioni più elementari di economia e di finanza, finì per identificare la “nuova economia” con gli investimenti nella borsa valori verso imprese delle telecomunicazioni o di costruzione di computer o software, che in quel periodo avevano avuto un forte rialzo ed avevano determinato una consistente bolla speculativa. La moltiplicazione dei valori di borsa, che in Italia ebbe un esempio significativo nella Tiscali che, ad un certo punto della sua tumultuosa crescita quotava più della Fiat, fece gridare al miracolo più di qualche operatore e speculatore, che con la crescita dei titoli stavano guadagnando un sacco di soldi. I giornali e le televisioni amplificarono queste invocazioni miracolistiche, con la conseguenza che la bolla si gonfiò rapidamente per l’arrivo dei soldi di molti risparmiatori attirati da storie di improvviso arricchimento di qualcuno, sapientemente pubblicizzate da certa stampa.

Per darvi un’idea, ad agosto del 1998 l’indice del Nasdaq Composite quotava intorno ai 1.500 punti, ma già a gennaio 1999 aveva raggiunto i 2.500 punti, con un balzo enorme e poco giustificato dagli effettivi valori delle azioni quotate, di cui molte avevano un P/E[1]  completamente fuori da ogni logica, spesso superiore a 100, e ancora più spesso completamente inesistente per mancanza di utili.

Si stava evidentemente gonfiando una bolla speculativa, ma la situazione si aggravò nel mesi successivi, poiché l’indice Nasdaq arrivò a 2.750 punti nel settembre del 1999 e da lì iniziò un’ascesa che sembrava irresistibile fino ai 4.700 punti di febbraio 2000, triplicando i valori di un anno prima. La FED, allora guidata da Greenspan, decise di intervenire con decisione, alzando notevolmente i tassi di interesse per ridurre l’acquisto dei titoli sul debito, e la bolla si sgonfiò rapidamente. L’intervento della FED era tardivo e produsse gravi danni all’economia americana che in pochi mesi subì una crescita di due punti del tasso con interessi sopra il 6% per via dei soliti speculatori.

Comunque, a dicembre 2000 l’indice era tornato a quota 2.500 punti, che era quella raggiunta a gennaio 1999, e nei mesi successivi continuò a calare fino ai 1.500 punti di settembre 2001 ed i 1.200 punti di settembre 2002.

Tuttavia, in quei momenti di euforia borsistica, la stampa esaltava le grandi prospettive della “nuova economia” che avrebbe garantito la ricchezza a tutti, ma senza dire mai in che cosa consistesse la novità o le grandi scoperte di questa nuova economia. Nel 2000, quindi, cominciai a scrivere il libro e il suo titolo, appunto, richiamava esplicitamente un’analisi della nuova economia. La pubblicazione fu fissata per l’inizio della primavera del 2001, ma al momento di andare in stampa giunse l’accorato grido di dolore del distributore,  che aveva ottenuto dati pessimi sulla possibilità di vendere un libro che faceva riferimento ad un termine ormai invisa a tutti. Si era in piena caduta verticale dei titoli che, per il sistema mediatico, erano i simboli della nuova economia, e in particolare la Tiscali era precipitata a valori da small cap, intorno a qualche euro, rispetto alle centinaia che quotava qualche mese prima, e la gente che aveva perso un sacco di soldi, non voleva sentire parlare. Insomma, all’ultimo momento, poche ore prima di andare in stampa, fu deciso di cambiare il titolo, che così divenne “Dove andrà a finire l’economia dei ricchi – Da Crasso a Bill Gates” che c’entra poco o nulla con il contenuto del libro, anche se Crasso e Gates da qualche parte sono citati. L’operazione fu eseguita in fretta e furia e di notte, ma nel salvare il file che fu spedito allo stampatore, qualcosa andò storto e si persero tutte le note e tutte le formattazioni. Insomma, ne è venuto fuori un libro praticamente illeggibile e monco di parti essenziali.

Il libro è stato venduto con grande fatica, perché anche il nuovo titolo non era molto attraente, ma aiutò nel porre rimedio al fattaccio, il fatto di averlo pubblicato integralmente on line.

Ora che la Malatempora non c’è più, è arrivato il momento di pubblicare questa seconda edizione, ovviamente completa di note e formattazioni, ed in piccola parte aggiornata per tenere conto degli eventi di questo periodo.

Voglio sottolineare che in questo libro, che è stato scritto alla fine del 2000, è contenuta la previsione della crisi di debito sui derivati che si è verificata sette anni dopo. Non ci voleva molto a farla, considerando che i derivati svolgono una funzione monetaria. La questione era che nessuno sosteneva questa tesi, tranne qualche raro intellettuale ed economista, tra cui Paolo Savona. Tra l’altro il sistema ha fatto muro, impedendo la pubblicazione su riviste scientifiche di tesi diverse dal pensiero main stream. L’articolo di Savona che conteneva questa tesi fu rigettato con la scusa che non era in un buon inglese!!

Voglio sottolinear anche che in questo libro si parla, nel capitolo che allego, della ineluttabilità della riduzione dei tassi di interesse fino allo zero, e delle ragioni di questa necessaria riduzione. E che questo fatto avrebbe cambiato in modo radicale la stessa visione del capital finanziario e la sua funzione. Ora che il tasso negativo sta diventando una regola condivisa e applicata da milioni di operatori finanziari, la retrospettiva storica consente di capire le ragioni di questi eventi. Nel libro prevedevo e auspicavo l’introduzione di una imposta sulla moneta, insomma, del tasso negativo, che allora avevo etichettato in questo modo. Sono passati vent’anni e il tasso negativo è diventato una regola, anche se in molti “addetti ai lavori” fanno ancora molta fatica a capirne le ragioni. Allora mi davano del pazzo incompetente, oggi tacciono. Meglio così.

 

 IX.      Il denaro e la nuova economia

 

Questa evoluzione non esclude, per ora, che tutte le attività vengano misurate in denaro. Anzi l’impressione che si ricava comparando il sistema attuale a quello di vent’anni fa è che il denaro è sempre più misura di tutto, e che la sua presenza, non solo è invadente e spesso intollerabile, ma che non è nemmeno immaginabile un sistema che possa farne a meno.

A maggior ragione, se ritorniamo agli anni Trenta o a quelli del secondo dopoguerra, quando in tutta Europa le attività basate sul denaro erano relativamente scarse rispetto al totale delle attività. La maggior parte dei contadini, ad esempio, aveva un rapporto solo occasionale con il denaro, e ancora nel primo dopoguerra i contadini rappresentavano la maggioranza della popolazione.

Sulla scorta di queste considerazioni, Keynes poteva sostenere che una qualsiasi imposta sul denaro sarebbe stata facilmente elusa per mezzo dell’utilizzo di equivalenti monetari, com’era accaduto subito dopo la rivoluzione americana nella maggior parte degli stati dell’Unione, quando il dollaro, stampato in quantità enormi per finanziare l’esercito dei ribelli, fu sostituito dal tabacco il cui prezzo era certamente più stabile. D’altra parte allora il denaro cartaceo aveva un rapporto diretto con l’oro o l’argento, il cui “valore” era sempre relativamente stabile.

Ora la situazione è completamente cambiata. La moneta cartacea non ha più alcuna relazione con i beni preziosi, ma solo con la montagna di debiti su cui è cresciuta e da cui è creata. Pensare di poterla sostituire con qualsiasi tipologia di beni è semplicemente impossibile. Il baratto svolge ancora una funzione per certe grandi transazioni, in cui il denaro funge da misura, ma in realtà le parti si scambiano solo beni e semmai un piccolo – relativamente all’importo della transazione – conguaglio in denaro. Ma il denaro ha assunto la funzione di strumento di misura talmente importante che è diventato impossibile farne a meno. Chiunque, oggi, utilizza banconote e carte di credito più volte in un giorno. Il gesto è divenuto talmente abituale che non ci facciamo più nemmeno caso.

Provate a pensare che accadrebbe se andassimo a fare la spesa senza utilizzare il denaro. Potremmo cedere i nostri prodotti, dato che la maggior parte delle persone svolge un lavoro autonomo e produce da sé i beni che poi vende in modo da ricavare il denaro necessario per vivere. Vado al bar e prendo un caffè. Come lo pago? E le sigarette dal tabaccaio, o la benzina, o il cacciavite, o i biscotti, il latte e le mille cose che tutti i giorni acquistiamo utilizzando il denaro?

La maggior parte di noi non potrebbe spezzare la propria attività in unità così piccole da rendere possibile il pagamento delle cose di utilità quotidiana, mentre per le cose di maggior valore, si porrebbe il problema inverso, vale a dire che l’attività di molti non sarebbe in grado di far fronte al pagamento di un bene come un’autovettura, per esempio.

Si potrebbe, quindi, pensare ad un sistema di credito. Vado dal tabaccaio, gli fornisco un servizio che misuriamo in unità di prodotto che egli vende, e lo stesso varrebbe per il bar, il supermercato, l’affitto eccetera. Per l’automobile il credito dovrebbe essermi fatto dal venditore.

Il sistema economico funziona esattamente così, vale a dire che si fonda sul credito, solo che questo credito è a monte, e ci consente, nella maggior parte dei casi, di assolvere i nostri debiti con il pagamento in contanti. Senza il denaro, quindi, gli scambi sarebbero molto difficoltosi, e tutta la società e l’economia farebbero un salto indietro nel tempo e nella storia.

Anche il denaro, che è essenziale per farci vivere, ci viene fornito a credito, ma si tratta di un credito oneroso a vantaggio di chi si è arrogato il diritto di prenderne di fatto il monopolio. Mentre se scambiassimo i nostri prodotti con gli altri utilizzando una qualunque unità di misura, l’onere per il credito che ci verrebbe fatto per l’acquisto dei beni sarebbe di gran lunga minore, e certamente non considererebbe lo stesso strumento di misura come una componente del prezzo. Al contrario, nel sistema capitalistico finanziario, è proprio lo strumento di misura ad essere assoggettato alla logica del credito.

 

Dobbiamo dedurre da queste considerazioni che non è possibile pensare una società senza denaro?

Non necessariamente, anzi, proprio questa invadenza del denaro in tutti gli aspetti della vita ci deve fare riflettere sul fatto che la sua predominanza prepara un cambiamento radicale.

Il denaro è di fatto già diventato virtuale, e quel poco che resta contenuto in strumenti fisicamente individuati, ovvero la carta e le monete metalliche è destinato a scomparire in breve tempo. In Europa era prevista per il 2003 l’abolizione della moneta cartacea, ma questa riforma è stata rinviata per ora sine die, soprattutto per l’impossibilità di realizzarla senza stravolgere l’intero sistema fiscale. Ho sostenuto che non è possibile eliminare fisicamente la moneta cartacea in circolazione perché, in quel caso, tutta l’evasione fiscale verrebbe alla luce e questo sistema ha necessità dell’evasione fiscale per andare avanti.

Solo una radicale riforma del sistema di prelievo fiscale, potrebbe rendere indolore il passaggio ad un sistema di pagamento virtuale, la cui introduzione, peraltro, non è più procrastinabile. Il denaro è quindi destinato a diventare una pura virtualità, manifestando in pieno la sua funzione di strumento di misura e perdendo ogni concreto riferimento ad una fisicità determinata, peraltro, già oggi, estremamente labile.

Allo stesso tempo, mentre emerge con sempre maggiore chiarezza la funzione di misura della ricchezza che ha il denaro, si riduce la sua utilizzabilità come strumento di appropriazione della ricchezza.

Abbiamo visto che c’è una tendenza alla riduzione dei tassi di interesse in tutto il mondo, con il limite del Giappone che li ha ridotti fino a zero, nel tentativo di far ripartire la propria economia soffocata da una domanda di beni estremamente debole. Lo stesso fenomeno si sta verificando in tutti i paesi occidentali, mentre nei paesi terzi, il FMI impone ancora politiche di tassi elevati, con il ricatto della svalutazione rispetto alle monete più forti. In questo modo si genera un trasferimento di ricchezza dai paesi poveri a quelli più ricchi.

E’ comunque un fatto che i tassi di interesse tendono a contrarsi. Le ragioni di questo fenomeno sono dovute sia all’eccessivo indebitamento del sistema, indebitamento che non è risolvibile, dato che la crescita stessa del sistema dipende da esso, sia ai pericoli di inflazione che abbiamo visto essere sempre presenti nel sistema ed essere temuti più della recessione dalle autorità monetarie. In un’economia in cui il debito avesse raggiunto la sua massima espansione i tassi di interesse dovrebbero essere necessariamente pari a zero, a causa dell’impossibilità per i debitori di incrementare il proprio indebitamento.

Il fenomeno della caduta del tasso di interesse era stato notato già da Smith, e Marx ne aveva tratto la legge della caduta tendenziale del tasso di profitto, che egli legava all’effetto congiunto della concorrenza tra capitalisti e della crescita della ricchezza, che induceva i capitalisti a pagare meno per il capitale necessario agli ulteriori incrementi della produzione.

Interpretata alla luce della critica del sistema finanziario, la caduta del saggio di interesse assume una connotazione più chiara e precisa. Essa esprime, cioè, sia la caduta tendenziale del saggio di profitto del processo di produzione capitalistico che il raggiungimento del limite estremo dell’espansione finanziaria.

Nel momento in cui il tasso di interesse fosse pari a zero in tutto il mondo produttivo, si genererebbero le condizioni per una trasformazione radicale del ruolo del denaro.

Questo, infatti, cesserebbe di essere lo strumento principale per l’appropriazione della ricchezza e servirebbe solo a misurarla.

 

Nemmeno il tasso zero sarebbe sufficiente a portare il sistema economico in una situazione di equilibrio.  Infatti, tutta la ricchezza prodotta apparirebbe sotto forma di debito, e quindi nel potere del creditore che, abbiamo visto, è il sistema finanziario nel suo complesso. Inoltre, il livello dei tassi non incide sulla distribuzione della ricchezza, e, infine, il sistema economico resterebbe paralizzato dalla progressiva carenza di strumenti monetari sufficienti per andare avanti.

In altri termini, senza la creazione di moneta da parte del sistema finanziario, l’economia si bloccherebbe e cadrebbe in una recessione senz’altra via d’uscita, che quella della distruzione di una quantità di ricchezza sufficiente ad innestare un nuovo ciclo di ricostruzione. Insomma una guerra, che per la potenza delle armi e per la stupidità degli uomini che le detengono, potrebbe essere davvero letale per tutta l’umanità.

E’ questo l’apparente vicolo cieco in cui si è cacciato il sistema. Il denaro, così com’è generato e distribuito ora, appare indispensabile al sistema. In effetti, esso lo è solo come strumento di misura, così come il metro è essenziale perché si possa misurare una qualunque cosa.

Ma quando lo strumento bara sulla misura, o ancora peggio, misura in maniera diseguale le stesse quantità (perché questo alla fine è l’effetto perverso degli interessi sul denaro), ecco che si genera una funzione che non solo non è necessaria all’economia, ma crea ingiustizia, disuguaglianze, privilegi e oltretutto porta l’intero sistema economico al disastro.

La tendenza dei tassi di interesse verso lo zero, per l’impossibilità del sistema economico di sostenere ulteriori quote di indebitamento, restituisce al denaro in sé la funzione che gli è propria di strumento di misura della ricchezza.

E’ chiaro che una situazione di questo genere renderebbe necessario il ripensamento di tutto il sistema di distribuzione e di creazione del denaro, così come la rifondazione del sistema bancario.

Sotto questo profilo, le banche di tutto il mondo stanno già da tempo operando verso una riconsiderazione del proprio ruolo nei termini di banche di affari. In altri termini le banche intervengono per finanziare imprese in cui credono partecipando direttamente al capitale di esercizio. In questo modo il sistema bancario ritorna all’originaria funzione di mediatore tra l’impresa ed il capitale che esse raccolgono tra il pubblico. Le SIM sono lo strumento attraverso il quale le banche trasformeranno in maniera decisa la propria attività in questa direzione.

Contemporaneamente l’intero sistema bancario si sta spostando su Internet, sia perché questo consente una notevole riduzione di costi, sia perché la virtualizzazione del rapporto con il cliente corrisponde alla virtualizzazione del rapporto bancario in sé e del denaro.

Insomma, gli spazi di profittabilità del sistema bancario tendono a spostarsi verso la partecipazione all’impresa, mentre la tradizionale intermediazione del denaro ad interesse è destinata a ridursi progressivamente fino a scomparire.

Ciò significa che, contemporaneamente, si riduce l’attuale capacità del sistema di generare nuovo denaro, che come abbiamo visto, proviene in massima parte proprio dalla concessione di prestiti effettuata dal sistema bancario.

Sappiamo che la rarefazione della massa monetaria genera in un sistema economico depressione, che le autorità monetarie combattono con la riduzione dei tassi di interesse proprio allo scopo di favorire al massimo il processo di creazione di moneta da parte del sistema bancario. Ora, in un sistema con i tassi intorno allo zero, questa manovra non è praticabile.

È questa la principale ragione della crisi, dal punto di vista finanziario, del Giappone. L’impossibilità di creare nuova moneta, il limite raggiunto dal sistema pubblico nell’indebitamento, l’impossibilità di ulteriore crescita dell’indebitamento privato, ha indotto in quel sistema una crisi che appare insolubile, nonostante tutti gli sforzi del FMI, e la sostanziale forza dell’economia giapponese che, non dobbiamo dimenticare, ha dominato la scena economica mondiale per oltre trent’anni.

La crisi del sistema finanziario ha indotto la crisi del sistema produttivo, e questa ha innescato l’ulteriore crisi della borsa di Tokyo e, a catena, di quelle dei paesi asiatici che al Giappone facevano riferimento. L’indice della borsa di Tokyo è caduto, in dieci anni, del 75%, vale a dire che ha perso i tre quarti della propria capitalizzazione.

La caduta delle borse asiatiche ha spinto ulteriormente la ribasso la spirale negativa in cui si è cacciata quell’economia. Infatti, i consumatori non hanno potuto utilizzare i proventi delle rendite di borsa che avevano sospinto i consumi negli anni precedenti la crisi.

In conclusione, la crisi giapponese appare senza soluzione alcuna. Non ci sono manovre monetarie per stimolare consumi ed investimenti, non c’è possibilità di trarre ulteriori stimoli né dall’indebitamento pubblico né da quello privato, non si riesce a stimolare in maniera significativa né la domanda né l’offerta di beni. Di conseguenza, la produzione langue anche nell’economia immateriale che pure avrebbe ampi margini di crescita, i consumi non crescono, ampi stati della popolazione sono passati da una situazione di benessere ad uno stato di disagio economico ed altri a una condizione di povertà. La crisi politica che tormenta il Giappone è una conseguenza e non una causa della crisi.

In realtà una soluzione c’è, ed è anche relativamente semplice. Ma praticarla, significherebbe dare un colpo mortale al potere della finanza e riformare profondamente la società giapponese.

La soluzione è quella che ho prospettato nel mio libro “Un Milione al mese a tutti: subito![2], nel quale sostengo la necessità di istituire contemporaneamente sia un prelievo fiscale sulla ricchezza finanziaria, sia il reddito di cittadinanza universale.

Di fatto, il prelievo fiscale sulla ricchezza finanziaria si traduce in una prosecuzione della politica di stimolo monetario per mezzo dell’utilizzazione dei tassi negativi. Questo prelievo non si deve aggiungere a quello della fiscalità ordinaria ma deve sostituirlo integralmente.

Il prelievo fiscale sulla ricchezza finanziaria è la via per riportare ad equità il sistema fiscale, poiché fa pagare le tasse a chi ha davvero la ricchezza e non strangola il lavoro e l produzione. E’ sempre stato giusto che chi ha più ricchezze debba pagare più tasse, ma questo principio di giustizia sostanziale è sempre stato combattuto con varie armi da chi possiede le ricchezze. L’ultimo strumento usato dal potere per questa distorsione della giustizia, è il moderno sistema fiscale. Nel quale, come abbiamo visto, le tasse vengono usate per tenere schiavi i cittadini, per costringerli a lavorare per lo  Stato-padrone e per i suoi burattinai, coloro che detengono il sistema finanziario.

La riforma fiscale è, quindi, il primo passo per la liberazione degli uomini dalla schiavitù moderna del lavoro per la necessità e dal ricatto del debito e del potere che lo detiene.

Allo stesso tempo, la riforma fiscale, libera le energie della società poiché consente alla ricchezza di finire nelle mani di quelli che sanno utilizzarla in maniera positiva e produttiva per tutta l’umanità.

Ho ipotizzato nel mio libro sopra citato, un’imposta sui mezzi finanziari, del 4% all’anno, ed un’altra imposta dello 0,1% sulla circolazione dei mezzi finanziari. Queste due sole imposte possono sostituire tutto l’attuale sistema fiscale, poiché genererebbero gli stessi introiti di quello

L’automaticità di un simile sistema fiscale, comporterebbe che non sarebbe di fatto possibile l’evasione fiscale, e che tutti i ricchi pagherebbero in proporzione alle proprie ricchezze le tasse necessarie sia a mandare avanti la cosa pubblica sia alla solidarietà sociale.

Contemporaneamente, è possibile ricavare, dallo stesso prelievo, le somme sufficienti per erogare a tutti il reddito di cittadinanza.

Reddito che è liberatorio, poiché toglie gli esseri umani dalla schiavitù della necessità e ne libera le energie intellettuali che sono essenziali perché la nuova economia possa attuarsi compiutamente.

Reddito che è giusto, perché tutti gli esseri umani hanno il diritto di vivere e di contribuire secondo le proprie capacita alla crescita della società e di se stessi, partendo da condizioni di uguaglianza sostanziale.

Reddito che è efficace perché consente al sistema di autoalimentare la produzione sostenendo in maniera ragionevole la domanda. Questo è essenziale, poiché le nuove forse produttive hanno estremo bisogno di una domanda forte e in crescita, che l’economia del debito non riesce più a garantire.

 

 

 X.      Conclusioni

 

Il nostro mercante impazzito, quello che per primo ha scoperto che regalando diventava più ricco, ha con questo gesto apparentemente egoista, contribuito a creare le condizioni per il più grande cambiamento della storia dell’umanità.

Turner, Maxwell, Gates, gli altri mille imprenditori che nel mondo si sono gettati nei media ed hanno scoperto che era possibile fare televisione gratis, distribuire informazione di qualità senza far pagare canoni di abbonamento a chicchessia, ma che tutto si poteva sostenere sulla pubblicità e poteva crescere in maniera esponenziale con quella.

Gates, che ha scoperto che fare un sistema operativo facile da copiare e da modificare avrebbe generato le energie produttive di migliaia e poi di milioni di persone che hanno creato il più complesso sistema di pensieri applicati ed integrati che si sia mai visto sulla faccia della terra.

E siamo solo all’inizio, perché Internet è appena nata: in fondo il World Wide Web ha aperto gli occhi sul mondo solo nel 1993.

Internet e le nuove tecnologie stanno trasformando il mondo, e la nuova economia riflette il senso e la direzione di questa trasformazione.

La virtualizzazione della produzione, il denaro virtuale, la logica della gratuità, l’affievolimento del concetto di proprietà e della sua importanza nel mondo dell’economia, la trasformazione radicale del rapporto economico basilare con la scomparsa dell’acquirente e la sua trasformazione in utente di un servizio, sono questi gli elementi che caratterizzano questa fase di passaggio da un mondo ad un altro.

E si tratta proprio di un cambiamento epocale, dato che per la prima volta nella sua storia, una parte dell’umanità vede come prospettiva concreta la liberazione dal bisogno, non come un’aspirazione ideale, ma come una necessità del sistema.

E’ un cambiamento epocale perché per la prima volta il potere in sé, nelle sue diverse forme di potere sull’informazione, di politica, di potere militare, di potere sulle coscienze, vede messa in discussione il proprio fondamento e la propria ragione d’essere. E si scopre che il re è nudo e che soprattutto è disarmato.

La battaglia per tutta l’umanità si gioca e si vince qui. Nello scontro tra le forze della libertà e quelle del capitale finanziario e dei loro alleati, politica in primo luogo.

Poiché dovrebbe esser chiaro a questo punto, che ogni progetto di riforma politica contiene abbastanza logica di potere al suo interno da condurre al fallimento ogni idea di libertà e di eguaglianza.

La globalizzazione nell’eguaglianza e Internet sono lo strumento principale nella lotta contro il vecchio della logica politica e del potere.

La posta in gioco nella battaglia è la fine dell’economia e del potere, la liberazione dal bisogno e dal lavoro per la necessità di tutta l’umanità, l’abbandono per sempre della logica della schiavitù per fame, la crescita spirituale e morale di tutti gli esseri umani.

Le forze che stanno cambiando il mondo volteggiano ancora leggere sopra di noi, come le ninfe di Mallarmé:

 

Ces nymphes, je les veux perpétuer.
Si clair,
Leur incarnat léger, qu’il voltige dans l’air
Assoupi de sommeils touffus.
Aimai-je un rêve?[3]

 

Le loro carni diverranno sempre più vive, la loro danza più vorticosa, l’amore per il sogno sempre più forte.

Lo amiamo questo sogno. Lo realizzeremo questo sogno.

 

[1] Il P/E (Price / Earnings), è il rapporto prezzo/utili e sta ad indicare quanto tempo occorre per rientrare del capitale investito con gli utili conseguiti dalla società. Con un P/E di 100 occorrono cento anni per rientrare del capitale investito con gli utili. Ovviamente, la decisione di investimento non si basa solo sul P/E ma tiene conto delle possibilità che la quotazione del titolo salga in futuro. Per questa ragione anche quando il P/E non è calcolabile, perché la società non genera ancora utili, cosa che accade per tutte le Newco, il titolo viene trattato in borsa.

[2]             D. de Simone Un milione al mese a tutti: subito! Malatempora, Roma, 1999.

[3]                Queste ninfe, le voglio rendere eterne.
                                                            E’ così chiara,
la loro carnagione lieve che volteggia nell’aria
assopita di sogni ovattati.
Ho amato forse un sogno?

Da S. Mallarmé, L’aprés-midi d’un faune.

 

 

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