Quarantasei anni dopo Saigon, Kabul

Kabul e Saigon (ma non è lo stesso elicottero)

Dopo quarantasei anni, a Kabul si sono viste le medesime scene che ci presentò nel 1975 la precipitosa fuga da Saigon degli americani, incalzati dalla irresistibile avanzata dei Vietcong. Non ho alcuna simpatia per il governo dei Talebani, e tanto meno per la loro ideologia e per le loro tradizioni sociali e politiche. Non fosse altro per come trattano le donne, fatto peraltro comune a gran parte del mondo islamico. Ma quando gli americani decisero di attaccare l’Afghanistan, reo di aver ospitato Al Qaeda e Osama Bin Laden che, ricordo, aveva lavorato a lungo con i servizi di sicurezza americani, mi sembrò una scusa bella e buona per fare i cani da guardia del nemico supremo Iran, per mettere una spina nel fianco della nemica Russia, per dare un segnale di forza a tutto il mondo islamico, e per fare qualche affaruccio. Presidente era un Bush, e si sa che i Bush sono petrolieri, che cercavano allora di impadronirsi delle riserve degli stati ex URSS che gravitano intorno all’Afghanistan. Il progetto, che poi era la reale causa della guerra in Afghanistan, consisteva nella costruzione di un gasdotto che portasse il gas del Mar Caspio, direttamente al mare attraverso il Pakistan e l’India e magari anche un oleodotto per sfruttare le enormi riserve di petrolio del Kazakistan.

Il Turkmenistan è il secondo paese al mondo per riserve di gas e tra l’altro partecipa allo sfruttamento del gas del Mar Caspio, condiviso tra Turkmenistan, Azerbaijan, Iran e Russia che hanno chiuso un accordo che ha riaperto la via del gas e del petrolio del Turkmenistan attraverso i gasdotti russi verso l’Europa sempre più bisognosa di energia e di gas. L’idea del TAPI, il gasdotto che dovrebbe attraversare l’Afghanistan risale a 22 anni fa ed è sempre stata rinviata per ragioni di sicurezza del paese dilaniato dalla guerra prima contro i Russi e poi contro gli USA e la Nato, Nel 2017 c’è stata la firma di un accordo con la compagnia tedesca Ilf che doveva cominciare le progettazioni insieme con la compagnia statale afghana. Ovviamente adesso salta tutto di nuovo, non credo che qualcuno possa trovare un accordo con i talebani e nemmeno che questi intendano portare avanti il progetto per fare un favore agli americani, che sono di fatto esclusi dallo sfruttamento di questi ricchissimi giacimenti di gas e di petrolio che ormai da molti anni hanno preso la strada della Cina, dal Kazakistan e di nuovo dalla Russia.

La guerra in Iraq, iniziata due anni dopo, fu una scelta della lobby militare che predilesse la strategia di accerchiamento dell’Iran a quella degli affari dei petrolieri, mandano sostanzialmente a monte i piani dei Bush e dei loro soci.

La presenza dell’esercito USA e inglese, insieme a quelli della Nato in Afghanistan ha prodotto solo un enorme spreco di risorse nel tentativo di costruire un esercito afghano in grado di sostenere da solo il peso della guerra contro i talebani, confinati nelle inaccessibili montagne del paese e che si sono sostenuti per tutti questi anni facendo a loro volta molti affarucci con i signori della guerra ai quali vendevano oppio in cambio di armi. La verità è che, oltre alla posizione strategica delicatissima, l’unica ricchezza dell’Afghanistan consiste proprio nella produzione di oppio da quale, com’è noto, si ricava l’eroina. In tutto sono stati spesi la bellezza di circa tremila miliardi di dollari in vent’anni di guerra in Afghanistan, dei quali all’Italia è sono toccati circa una decina, per ottenere nulla. Anzi, la presenza degli occidentali ha favorito una corruzione diffusa a tutti i livelli della società peggio di prima, ed il conseguente impoverimento delle classi sociali più deboli. L’idea dei costruire un Afghanistan moderno modellato sugli standard occidentali è fallita miseramente, e l’unico “valore” che è stato recepito in pieno dalla società afghana è stato proprio quello della corruzione diffusa. Sulla carta l’esercito afghano contava su circa trecentomila soldati tutti ben equipaggiati e addestrati al meglio dagli occidentali. In realtà, solo alcune centinaia di questi hanno combattuto l’avanzata dei talebani che, a loro volta, contano su circa 75.000 effettivi, gli altri si sono dileguati non appena hanno sentito le prime mitragliatrici sparare a raffica. La ragione l’ha spiegata una “top gun” afghana, costretta nel 2017 all’esilio negli USA perché, in quanto donna, faceva grande scandalo che svolgesse un lavoro in promiscuità con gli uomini. Ha detto che “nessuno in Afghanistan vuole morire per Ghani o per i signori della guerra“, il che rende perfettamente l’idea del fallimento dei progetti di modernizzazione del paese. I soldati afgani sono storicamente tra i migliori del mondo e lo si è visto nella straordinaria resilienza dei talebani e nella capacità che hanno avuto di resistere all’esercito meglio attrezzato al mondo e dotato di un’aviazione e di mezzi tecnologici infinitamente superiori. I soldati governativi, erano anch’essi afghani, ma non avevano nulla da difendere realmente. Se qualcuno pensava che si battessero per la democrazia, per il modo di vita occidentale, per la liberazione delle donne, per la Coca Cola o la Bank of America, non ha capito proprio nulla degli afghani e del loro modo di vivere. L’unica cosa che vedevano con certezza era l’avanzata impetuosa della corruzione dilagante, nella quale ciascuno cercava di ritagliare il proprio comodo e della povertà, non solo economica ma anche dello spirito. Ma ovviamente, questo non può durare a lungo. Il modo di vivere occidentale è stato respinto in toto dagli Afghani, che hanno tradizioni, culture, modi di vivere completamente diversi dai nostri e una scala di valori che è assolutamente diversa. Una esigua minoranza ha appoggiato gli occidentali, per lo più per convenienza, ma alcuni anche per convinzione. Ma si tratta appunto, di una esigua minoranza. Quella afghana è una società tribale che risponde a logiche che erano diffuse nel mondo occidentale fino a poche centinaia di anni fa. Anche per quello che riguarda la considerazione del ruolo delle donne nella società, le logiche talebane non sono molto dissimili a quelle della nostra società fino alla metà dell’ottocento e, in alcune regioni, anche fino alla seconda guerra mondiale. Ci sono volute tante suffragette per cominciare a scalfire il muro di cemento che imprigionava le donne in una vita per lo più senza storia. E ancora oggi, le cronache ci raccontano che il conflitto tra il potere e le donne è duro e ancora lungo.

Leggo sul Times che in vent’anni in Afghanistan gli occidentali hanno speso somme che equivalgono a 115 volte il Pil del paese. Se queste risorse fossero state distribuite tra la popolazione, ogni afghano avrebbe potuto avere un tenore di vita cinque volte superiore senza fare nulla per vent’anni. E invece hanno ottenuto altri vent’anni di guerre, di lutti, di bombe, di conflitti, di indigenza e di povertà, tranne quei pochi che si sono arricchiti fornendo i loro servigi e sfruttando la corruzione. E perché i soldati governativi avrebbero dovuto desiderare di morire per questo regime? La cosa paradossale è che nella società Afghana i talebani sono una minoranza, diventata importante per i finanziamenti americani ai tempi della guerra contro i russi. Contano molto di più le tradizioni e le culture proprio di ciascun territorio e di ciascuna tribù. A parte la comune religione islamica, tra le tribù ci sono spesso differenze abissali di cultura e persino di lingua, oltre che di interpretazione della religione islamica. Tuttavia, queste differenze sono scomparse di fronte a un modello di vita corrotto, truffaldino, egoista e sostanzialmente amorale proposto dagli occidentali.

Gli Afghani hanno il loro modello di vita, le loro tradizioni, le loro usanze, i riti e le relazioni tra famiglie, clan, tribù e governo. Vanno rispettati per quello che sono, non per quello che vorremmo che fossero. La lezione di Kabul è la stessa di Saigon: l’autodeterminazione dei popoli è un valore che va rispettato sempre, e non c’è potenza militare in grado di piegarlo, nemmeno dopo decine di anni di guerra. E alla fine, aveva ragione il vecchio Mao Dse Dong a sostenere che gli USA sono una tigre di carta, perché fondano il loro potere sulle armi, ma non sul carattere del popolo. Ma provate a spiegarlo agli americani e ai loro alleati e servitori europei, compresi i governi italiani degli ultimi vent’anni. Ai tempi di Andreotti, Moro, Nenni, Craxi e Togliatti l’intervento italiano in Afghanistan non sarebbe mai stato approvato. Ma ormai, da più di vent’anni, la politica nel nostro paese è morta e sepolta. E non è nemmeno stato fatto il funerale.

Un pensiero su “Quarantasei anni dopo Saigon, Kabul

  1. gli anglo-americani sono il COVID PERMANENTE che distrugge popoli e nazioni – la NATO è una ASSOCIAZIONE a DELINQUERE di stampo MAFIOSO IO, in questo contesto, sempre più orgogliosamente FASCISTA REPUBBLICANO e VOLONTARIO R.S.I. tutto il resto è CIARRPAME di REGIME antifascista.

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