Sul Reddito di Cittadinanza, un nuovo patto sociale e la Faz

cropped-cropped-cropped-faz1551.pngC’è una grande confusione sotto il cielo a proposito del Reddito di Cittadinanza. Secondo Confucio sarebbe un indice molto positivo, poiché più confusione c’è e più si parla dell’argomento e questo entra nella coscienza della gente. Bisogna essere molto ottimisti, e continuare a fare chiarezza. L’argomento è decisivo, soprattutto in un momento come questo nel quale in tutto il mondo i rumori della guerra sovrastano le voci della ragione.  È comprensibile, il sistema economico non riesce a risolvere nessun problema e nelle società emergono tensioni sempre più forti verso la rottura del patto sociale. La guerra è la risposta tradizionale alle tensioni, brucia le energie, genera nuovi guadagni, toglie di mezzo coloro che vogliono cambiare il sistema, semplifica la lotta sociale. Tuttavia dobbiamo provare ad immaginare e realizzare un mondo diverso, soprattutto ora che queste idee, anche nella confusione generale, hanno cominciato a camminare nelle coscienze con grande velocità.

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Che succede al prezzo del petrolio?

Molti amici ed estimatori mi hanno chiesto delucidazioni sulla improvvisa caduta verticale del prezzo del petrolio e sulle sue origini. Ringrazio tutti per la fiducia, ma francamente non posso fare molto di più che formulare delle ipotesi, probabilmente vaghe e forse vere solo in parte. Per le previsioni, poi, non ne parliamo nemmeno, osservatori ed analisti potenti ed accreditati e sbagliano regolarmente, nonostante dispongano di mezzi di analisi e di strumenti di calcolo decisamente potenti ed affidabili. Proviamo a ragionare.

La prima idea che viene in mente, e che peraltro è stata sostenuta ed è tuttora sostenuta da diversi osservatori, è che la caduta del prezzo del petrolio è una manovra voluta dagli americani per mettere in ginocchio la Russia e far precipitare il consenso e il potere di Putin e del suo gruppo. A mio avviso, però, questa è un’idea sbagliata, o meglio, in buona parte sbagliata. Intanto la caduta verticale del prezzo del petrolio è certamente riconducibile alla decisione dell’Opec di non tagliare la produzione, seppure in presenza di una domanda mondiale debole  e con prospettive persino di riduzione. L’Opec, com’è noto, è politicamente condotto dall’Arabia Saudita che, dall’alto dei suoi dieci milioni di barili al giorno di produzione ne determina di fatto le scelte. Orbene, i Sauditi hanno deciso di non tagliare la loro produzione, l’Opec si è adeguato e a quanto pare nessuno ha avuto niente da ridire sul punto (e questo sembra alquanto strano: i Sauditi con i loro 900 miliardi di dollari di riserve e con costi di estrazione a 5/6 dollari al barile, possono reggere anche i 10 dollari di prezzo di vendita, ma si pensava che l’Iran o il Venezuela o anche la Nigeria, paesi che hanno programmi di investimenti e di sostegno di servizi che si fondano su un prezzo alto del petrolio, si opponessero strenuamente, e invece tutti  zitti e mosca, con la m minuscola perché le riunioni si tengono a Vienna).

Insomma, la decisione è stata presa dai Sauditi e tutti gli altri paesi non si sono opposti più di tanto. Si dirà che i Sauditi sono alleati degli americani e questo rafforzerebbe la tesi dell’attacco economico alla Russia di Putin, ma questo sembra essere uno specchietto per le allodole e che la realtà sia completamente diversa. È ben vero che i Sauditi saranno stati ben contenti di dare un brutto colpo agli Iraniani, che notoriamente non amano per via delle divergenze sulla leadership nell’area del medio oriente, ma questi, e lo sono tenuto a denti stretti e non hanno fiatato, quando in altre circostanze hanno espresso chiaramente e clamorosamente la loro opposizione a decisioni a loro sgradite. Insomma, questa decisione era sgradita, tuttavia a quanto pare, era necessaria, altrimenti l’Iran non sarebbe stato zitto.

Ma torniamo alla Russia, ed alle ragioni per cui non credo affatto che la caduta del petrolio sia una manovra anti-Putin ordita dagli americani e dai loro alleati. La vendita del petrolio  è molto importante per la Russia e per le sue riserve, ma lo è molto meno di quanto non fosse dopo la caduta dell’URSS, e al tempo della crisi del 1998 che portò all’allontanamento dei Eltsin dalla vita politica ed all’ascesa di Putin nel 1999. Allora, grazie alle politiche di austerity volute dal governo Eltsin e dai suoi economisti liberal, il paese fu costretto a dichiarare default sul debito pubblico, ma oggi le riserve della Banca Centrale Russa sono di circa 500 miliardi di dollari, fatto che mette il paese al riparo da qualsiasi ipotesi di default. Inoltre, il petrolio incide sul Pil russo per l’11,1% ed una caduta del prezzo in dollari non comporta automaticamente una riduzione del Pil, considerando che questo viene calcolato in rubli ed il rublo è stato prontamente svalutato dalla Banca Centrale che ha assecondato le decisioni del mercato. Questo ha scommesso sulla debolezza del rublo per via del fatto che l’apparato burocratico russo è finanziato per il 40% dai proventi della vendita del petrolio. Tuttavia, dal punto di vista interno, la svalutazione del rublo a perfettamente compensato questa perdita: mentre il petrolio perdeva il 50% del suo prezzo, scendendo da 115 dollari a 55, il rublo faceva altrettanto passando da 40 rubli per dollaro a oltre ottanta.  In termini numerici questo non ha creato alcun problema ai dipendenti russi. Certo, per essi sarà impossibile quest’anno andare a passare le vacanze sulle Montagne Rocciose, ma quanti di loro erano in grado di permetterselo prima della caduta del prezzo del petrolio? Pure le vacanze in Europa hanno visto un sostanzioso calo dei turisti russi, ma questo è un problema per i paesi europei non per la Russia, dove certo non mancano strutture turistiche di livello che restano comunque abbordabili per i russi. I russi, inoltre, hanno fatto altre due mosse intelligenti per parare il colpo della caduta del prezzo del petrolio. Hanno comprato e stanno comprando tuttora oro fisico in quantità industriali, per garantirsi un margine di guadagno che compensi, anche se in parte, le perdite sul prezzo del petrolio, ed hanno attivato un accordo con la Cina per scambiare merci, e soprattutto petrolio e gas, ad un prezzo stabilito non più in dollari bensì da un accordo bilaterale di scambio tra il rublo e lo Yuan cinese. Accordi similari sono stati conclusi con gli altri paesi BRICS, e questo comporta l’abbandono di fatto del dollaro come moneta di riferimento per le transazioni commerciali a partire dal petrolio e dal gas.  Insomma, non sembra proprio che tutto questo sia stato atto per attaccare la Russia che, tra l’altro, a parte una debole protesta di Rosneft, che ha accusato i Sauditi di manovrare il prezzo del petrolio per conto terzi (indovina chi?), in realtà né il governo né gli economisti né gli altri produttori hanno detto nulla su questa situazione. Ne hanno preso atto ed hanno adottato le loro contromisure.

E allora? Il problema è meno politico e più economico di quanto non si pensi. E il nome del problema è “fracking”, ovvero quella tecnica che la Shell ha scoperto una decina di anni fa che ha reso possibile l’estrazione di petrolio e gas di scisto, ovvero proveniente dalla frantumazione delle rocce. Negli ultimi anni, grazie agli elevati prezzi del barile di petrolio, gli investimenti americani in questo settore si sono moltiplicati, raggiungendo i duemila miliardi di dollari, dei quali 900 sono esposizioni delle banche americane nei confronti degli investitori. Grazie a questo petrolio gli Usa sono diventati completamente autosufficienti e recentemente Obama ha rimosso il divieto di esportazione del petrolio per le imprese americane che lo producono sul territorio, divieto che era dettato da comprensibili ragioni di ordine strategico e militare. Visto che le riserve di questo petrolio sono nell’ordine delle centinaia di miliardi di barili, pari almeno a quelle del petrolio estratto con metodi tradizionali, le compagnie americane si sono buttate sull’affare attirando grandi capitali.  L’effetto è stato che negli ultimi dieci anni, cento superpetroliere al giorno hanno smesso di dirigersi dai paesi arabi agli Usa, e il principale referente commerciale degli arabi è divenuta la Cina che produce petrolio in quantità decisamente inferiore a quello che consuma. Semmai il lusso si invertirà a breve, e le superpetroliere torneranno a solcare l’oceano per portare il petrolio americano in Europa, anche nell’ambito degli accordi TTIP.  Persino in Italia l’anno scorso il 3,1% delle importazioni di petrolio sono venute dal Canada, che sta sfruttando i numerosi e ricchi giacimenti di sabbie bituminose. Tuttavia le tecniche estrattive sono costose e rendono se il prezzo è superiore ai 70 dollari al barile, altrimenti i costi sono superiori alle entrate.  E proprio questo è il punto fondamentale. Sia da un punto di vista economico, soprattutto per l’Arabia Saudita, che da un punto di vista politico, soprattutto per la Russia, ma per esse valgono entrambe le prospettive, l’indipendenza energetica degli Usa e la prospettiva che questi possano rifornire l’Europa sia di petrolio che di gas, tagliando fuori le forniture russe  e quelle mediorientali, sono assolutamente da combattere. La Russia si troverebbe a perdere il suo principale cliente, l’Europa sia per il petrolio che per il gas, ma soprattutto perderebbe per un tempo indefinito, la possibilità di una collaborazione stretta con le economie europee fondata proprio sulla vendita di energia.  L’Arabia Saudita perderebbe il suo ruolo centrale nelle politiche in medio oriente che è legato soprattutto alle enormi riserve di petrolio nel suo sottosuolo ed alla sua capacità produttiva attuale.

Insomma, se pensiamo che la caduta del prezzo del petrolio e le conseguenti difficoltà per l’industria estrattiva  americana, sono una risposta alla guerra in Ucraina, è possibile che ci abbiamo azzeccato. Se le estrazioni di shale oil & gas vanno in crisi, l’Europa sarà costretta a negoziare il ritiro delle sanzioni con la Russia ed a riprendere i programmi di costruzione degli oleodotti e gasdotti recentemente bloccati dalla guerra, checché ne dica lo zio Sam. Oltretutto c’è all’orizzonte un nuvolone nero di una prossima crisi finanziaria che potrebbe essere innescata proprio dal default dell’industria estrattiva Usa e dalla sua incapacità di fare fronte ai 900 miliardi di investimenti bancari. Già era nell’aria una nuova crisi finanziaria, e una botta così sul mercato dei derivati, considerando che la maggior parte di questi investimenti sono garantiti da collaterali sparsi in tutto il mondo, la potrebbe far precipitare velocemente.

Mettiamola così. Gli arabi hanno fatto balenare agli americani la possibilità di usare l’arma del prezzo del petrolio contro la Russia, e così hanno avuto il loro assenso, e allo stesso tempo, hanno concordato con la Russia di far cadere il prezzo e non tagliare la produzione per fare fuori l’industria da scisto e da sabbie bituminose americana. Gli americani hanno aderito entusiasticamente all’idea di menare schiaffi all’ex amico Putin ma forse ora si rendono conto che non era proprio una bella idea.  Che gli arabi giochino su più tavoli è un dato, hanno sempre fatto così. E pure i Russi sanno giocare a scacchi meglio degli americani, tranne che durante il breve regno della buonanima di Fischer, l’eccezione che conferma la regola.  La cosa divertente è che non possono nemmeno dire niente ai loro alleati e amici arabi, e con il petrolio sotto i cinquanta dollari al barile sono dolori per loro, molto più che per i Russi.

La terza guerra mondiale è cominciata già da un pezzo e questa è una controffensiva che farà molti danni. Speriamo che a qualcuno non saltino i nervi e non metta la mano al grilletto.  A quel punto la guerra finirebbe subito, e per sempre.

Che cos’è la crisi? La questione è semplice (con qualche considerazione sulla Banca d’Inghilterra)

imagesIl nuovo Chief Economist della Banca d’Inghilterra, Andrew Haldane ha recentemente dichiarato che l’intero sistema economico deve essere ripensato dalle fondamenta. Qui trovate il saggio dal quale sono tratte le sue affermazioni. La sua dichiarazione segue il report della Banca d’Inghilterra nel quale si afferma (finalmente!) che la gran parte del denaro in circolazione viene creato dalle Banche commerciali mediante i prestiti e che pertanto la creazione del denaro dipende dall’incremento del debito. Insomma, gli Inglesi che hanno fatto dell’innovazione dei sistemi bancari la loro arma vincente, si sono accorti che qualcosa non funziona e che il sistema sta sul punto del collasso e cercano soluzioni diverse. ovviamente in un’ottica di potere come hanno sempre fatto.  Mentre per noi la soluzione va nella opposta direzione dello smantellamento del potere.  E allora ripropongo questo articolo di un anno fa che spiega, in questa chiave interpretativa di cui ora si è accorta la Banca d’Inghilterra, che cos’è la crisi e come funziona. L’alternativa, come già avvertivo quindici anni fa è tra un cambiamento del sistema in una chiave di potere e un cambiamento in una direzione opposta di riduzione e di svuotamento del potere. Il resto segue necessariamente.

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A proposito dell’inflazione, della deflazione e della loro natura

INFLAZIONELeggo un po’ di confusione intorno a questi argomenti, il che non è una novità. L’ultima in ordine cronologico, è un post apparso sull’eccellente testata “Voci dall’estero“, che riporta un articolo apparso sul blog di un giovane economista americano Noah Smith, il quale critica aspramente la convinzione diffusa che l’inflazione renda più poveri, poiché questo argomento comporterebbe che la deflazione rende più ricchi. Per la sua “critica”, diciamo così, usa un argomento banale ma di un certo effetto. Dal 1980 ad oggi l’inflazione è stata del 186,76% circa. Per comprare una cosa che nel 1980 costava 100 dollari, adesso ne occorrono 286,76. Insomma, se in questo lasso di tempo non ci fosse stata inflazione, il nostro potere di acquisto di ora sarebbe più che raddoppiato e quindi potremmo comprare molte più cose. Non solo, ma se ci fosse una deflazione del 90% all’anno, il nostro potere di acquisto si moltiplicherebbe per dieci ogni anno, consentendo a tutti di avere case grandi, lo yacht, la Ferrari ed altre simili meraviglie. Questa assurda conclusione, sta a dimostrare che il ragionamento è assurdo poiché non è certo la deflazione che costruisce le Ferrari né gli yacht né le case più grandi. Quindi, non è vero che l’inflazione renda più poveri, poiché né l’una né l’altra costruiscono navi, case e automobili. Il buon Noah suggerisce una risposta alla domanda del perché l’aumento dei prezzi non si traduca in un impoverimento generale: la risposta è, banalmente, che la spesa di qualcuno è sempre il reddito di qualcun altro…

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Matrix, la caverna di Platone e l’etica tra il virtuale e il reale. Una lettera di Giovanni Scoto Eriugena.

Johannes-Scotus-ErigenaSalve, sono Giovanni Scoto, ma preferisco essere chiamato Eriugena e tutti mi chiamano così. Sono qui di passaggio, come tutti del resto, e pertanto vi intratterrò ben poco, sperando di non tediarvi troppo. Trovo singolare che il film Matrix non abbia suscitato molte discussioni tra voi. In fondo il tema del film è straordinariamente vicino al tema dell’esistenza. Si tratta, infatti, della sostanza della realtà e delle conseguenze sull’etica che una diversa visione comporta.

L’incontro tra le persone è qualcosa di reale, apparentemente contrapposto alla virtualità di internet. Ho sostenuto tempo fa che, per la verità, l’unica realtà è la sostanza e che questa è assolutamente incorporea, poiché perfettamente adeguata ai concetti della nostra mente. Non è una novità, già Platone aveva rilevato questo problema nella Repubblica, e c’è un filo robusto che unisce il mito della caverna, alle mie tesi, alla fisica quantistica e a Matrix.

Su Matrix e Platone ha scritto un bel saggio John Partridge, Plato’s cave and the Matrix, in cui dimostra in maniera convincente che Matrix è la caverna di Platone. Ha omesso di considerare i miei scritti, e l’ho virtualmente rimproverato, ma ciò non toglie che quello che ha scritto è interessante e utile.

Ma la ragione per cui vi scrivo è che in tempi di relativismo etico, l’irruzione del mondo virtuale ha moltiplicato il senso di smarrimento creando una sorta di doppio universo, in cui si vive separatamente da quello reale o presunto tale.  Guardatevi intorno: quanta gente vedete che fugge dagli orrori della propria realtà rifugiandosi nel mondo del virtuale? Costruendo relazioni che vivono più nel mondo virtuale che in quello reale. L’etica di internet attinge alle stesse categorie dell’etica del mondo reale? Il problema non è ovviamente solo normativo, anche se molta gente che riconosce come illecito andare a rubare un CD in un negozio, non ha alcuna remora a scaricare illecitamente lo stesso CD da internet. E questo, ovviamente, a monte dell’idea, che peraltro condivido in pieno, che la proprietà sia un furto in sé e quella delle opere dell’ingegno un furto ancora peggiore. Qui la matrice “politica” e “etica” è la stessa. Il punto è l’etica individuale e se è possibile operare una distinzione tra il mondo virtuale e quello reale.

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Il giallo di primavera? A proposito dei titoli per migliaia di miliardi di dollari sequestrati dalla gendarmeria Vaticana

bond usaQuesta poi! Come potete leggere in questo articolo, ieri una strana coppia, un olandese e un americano, si sono presentati in Vaticano con una valigetta 24 ore con dentro alcune migliaia di miliardi di titoli falsi in euro, dollari e altre valute dicendo che dovevano andare allo Ior, dove avevano appuntamento con un qualche alto prelato. Il loro atteggiamento ha insospettito i gendarmi Vaticani che hanno chiamato la Guardia di Finanza che ha constatato la falsità dei titoli e li ha denunciati per tentata truffa.

Quattro anni e mezzo fa è successo qualcosa di simile: due impettiti giapponesi hanno cercato di attraversare il valico con la Svizzera a Chiasso su un treno di pendolari, e sono stati fermati dalle guardie di frontiera che hanno trovato nella loro 24 ore, titoli per 134,5 miliardi di dollari che i due cercavano di introdurre in Svizzera. La storia era tanto inverosimile che allora la chiamammo “Il giallo dell’estate“. Debora Billi e Pietro Cambi ci scrissero qualche articolo su Blogosfera e io pure in questo articolo.
Rileggetela perché è davvero divertente.  Se quella era inverosimile, questa lo è anche di più. Rileggiamo quello che dicono i giornali (tutti i giornali: Corriere della Sera, Repubblica, Il Messaggero e persino il Corriere del Ticino, dicono tutti la stessa cosa), ma lentamente e con qualche considerazione sulla verosimiglianza della storia.

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Uscire dall’euro e dall’Europa? Il ritorno dei nazionalismi

euro4Da qualche tempo le critiche all’euro sono diventate di moda, e da più parti si levano voci che reclamano un’immediata uscita dalla camicia di forza della moneta unica, con il coro di altre voci che reclamano anche l’uscita dell’Italia dalla UE. La cosa preoccupante è che si tratta per lo più di voci che provengono da ambienti che fino a qualche giorno fa difendevano a spada tratta non solo l’Unione Europea ma anche l’Euro, e che cercavano di ridicolizzare ogni tentativo di avanzare critiche serie al trattato di Maastricht ed agli accordi che l’hanno seguito. Gli stessi parlamentari che hanno votato all’umanità l’adesione al trattato di Lisbona, la costituzione dell’Eurogendfor,  e tutte le altre leggi che, come sottolinea giustamente Barnard nel suo articolo, nessuno ci ha mai chiesto di votare. D’altra parte, non sarebbe stato necessario, visto il coro unanime della politica, dei giornali, delle televisioni e persino dei sondaggi. Per la verità, il trattato di Lisbona è stato pensato e scritto in modo deliberatamente oscuro e incomprensibile, proprio per evitare che a qualcuno venisse in mente di chiedere una consultazione popolare su di esso, ma dubito francamente che se pure fosse stata organizzata, in Italia un qualsiasi referendum sull’Europa avrebbe avuto un esito diverso dal consenso pressoché cieco e unanime che è stato espresso dal Parlamento in entrambi i suoi rami. Il grafico qui a fianco esprime chiaramente questa situazione. Nel 2002 la fiducia nell’Unione Europea era ai massimi livelli. Ora la situazione è praticamente invertita, la fiducia nell’Unione ha raggiunto il livello che aveva la sfiducia dodici anni fa. In Italia c’è un problema culturale enorme, la gente non sa, non capisce, non si informa, non legge, non discute se non quando è proprio costretta a farlo. E anche allora, preferisce gli slogan, le parole d’ordine semplici, le soluzioni apparenti, le prese di posizione preconcette e che fanno leva sugli impulsi deteriori e banali. La riflessione, il ragionamento, la discussione anche accesa, ma leale e franca tra posizioni contrapposte non fa parte del nostro DNA. Come ha efficacemente detto Gino Strada l’altra sera a Servizio Pubblico, discutere con certa gente è come discutere con l’aspirapolvere.

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La guerra del Gas (ancora sul golpe in Ucraina)

shale-gas-extractionUna ventina di giorni fa ho scritto un articolo in cui facevo alcune considerazioni sull’Ucraina e la rivoluzione di piazza che ha decretato la fine del governo Yanukovych e sugli interessi in gioco. Oltre al fatto, successivamente ampiamente confermato, che più che dai moti spontanei di piazza, la vittoria della rivoluzione fu dovuta ad un gruppo ben armato e finanziato dagli americani, sostenevo che il vero obiettivo degli americani fosse la Crimea, sia per ragioni di stretta natura militare, sia per impedire ai russi di creare la via meridionale per portare il gas in Europa. La costruzione del South Stream, il gasdotto di cui la Saipem del gruppo ENI, si è assicurata il ricco appalto per circa due miliardi di dollari da completare entro il dicembre 2015, e che dovrebbe attraversare il Mar Nero per sbarcare in Bulgaria e da lì in Italia meridionale, è attualmente sotto osservazione dell’EU e soprattutto degli USA ed è sospeso se non si trova un accordo. Tuttavia, non avevo tenuto conto di un fattore importante che ha spinto gli Usa a spendere ben cinque miliardi di dollari per i rivoltosi (che a proposito, adesso reclamano i soldi che pare, non hanno ancora ricevuto secondo le promesse) del Maidan.

La mossa dei Russi di riprendersi rapidamente la Crimea, battendo sul tempo ogni possibile reazione occidentale ed evitando di ricorrere alle inutili e dispendiose lungaggini delle procedure ONU in materia di risoluzione dei conflitti regionali, ha probabilmente sorpreso gli occidentali. C’è una storiella divertente in proposito: “Shimon Peres incontra Putin e gli chiede: Vladimir, ma tu hai qualche antenato ebreo? E Putin gli chiede: Cosa te lo fa pensare Shimon? Beh – continua Peres – sei riuscito a far spendere cinque miliardi agli americani per farti consegnare la Crimea. Nemmeno un ebreo avrebbe trovato tanto coraggio!

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Toh, questa poi! La Banca d’Inghilterra si accorge che il denaro è creato dalle Banche con il debito…

bank of englandCome dire, meglio tardi che mai! Dopo aver negato l’evidenza per anni, dando dell’imbecille, dell’incompetente, dell’incapace, dell’ignorante eccetera eccetera, a quei (pochi) pazzi che come me raccontavano una storia diversa sulla creazione del denaro, con l’ultimo Bollettino trimestrale emanato pochi giorni fa e riferito al primo quarto del 2014, la Banca d’Inghilterra confessa candidamente che in effetti i prestiti bancari creano denaro concedendo i prestiti alle persone ed agli enti, pubblici o privati, che glieli chiedono. Questa stupefacente (per loro) novità, non si ferma qui. Il report scritto dalla Direzione di Analisi Monetaria della Banca, aggiunge ovviamente che le banconote non rappresentano affatto beni reali (ma va?), ma sono come delle “cambiali accettate” universalmente riconosciute e che vengono create per lo più dalle Banche mediante la concessione dei prestiti. Inoltre, quando il debitore ripaga il prestito alla Banca, la moneta creata al moneto del prestito viene “distrutta” ma non gli interessi che restano nel sistema. Infine, le Banche Centrali sono “creatori di ultima istanza di denaro”, ma soprattutto regolano la quantità di moneta agendo sul tasso di interesse così che i soggetti economici aumentino il loro debito, aumentando così la massa monetaria, o lo riducano, riducendo al contempo la massa monetaria.

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Lettera aperta a Paolo Barnard

Leggo sul blog di Paolo Barnard queste “considerazioni” a proposito di Warren Mosler e, incidentalmente, dei texani che ne hanno sostenuto in un primo tempo le teorie e dei gruppi MMT e poi MEMMT che lui stesso ha creato. Sulla MMT, o meglio sulle teorie di Mosler ho già scritto le mie considerazioni in questo articolo dell’anno scorso. Sulla scoperta dei texani e dello strumento unico della Rivoluzione ho scritto tre anni fa in quest’altro articolo. Questo primo articolo era parecchio polemico, contrariamente alle mie abitudini, ma credo fosse inevitabile. In un certo senso anticipava quello che è successo. Ora che Paolo Barnard è rimasto da solo, tradito sia dai cow boys texani che dal trader Warren Mosler, abbandonati dagli stessi gruppi MMT che aveva creato in tutta Italia e infine buttato fuori dalla Gabbia di Paragone, per la stessa ragione di fondo, ovvero che il potere e i suoi uomini fanno sempre schifo, dovunque li metti, mi sembra giusto scrivergli. Forse, con la testa sgombra dalle lucciole della MMT sarà in condizioni di ragionare.

Caro Paolo, mi dispiace. Anche se in qualche modo te l’avevo detto, comunque mi dispiace. Non me ne frega niente degli insulti che hai elargito a me (a quanto mi hanno riferito) ed a tutti quelli che in Italia, fuori dal pensiero mainstream, hanno cercato di dare un senso alla critica al sistema finanziario ed economico. Spesso scrivendo sciocchezze o banalità, ma almeno ci hanno provato in buona fede e non meritavano di essere buttati tutti nel cesso come hai fatto. Non c’era bisogno di andare in Texas per scoprire comunismo sovietico, bastava farne oggetto di una riflessione meno viscerale e più razionale.

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La vecchia e la nuova politica e il M5S

Roma occupazione al mistero istruzioneL’amico e collaboratore Marco Giustini, osserva amaramente in un suo post su Facebook: “Io penso che la “colpa” storica sia nostra. Il movimento nato a Seattle nel 1999 avrebbe dovuto generare una istituzionalizzazione diversa da quella della sinistra storica. Non siamo stati capaci e quello spazio politico ci è stato ora scippato.

L’autore dello “scippo” è il M5S, con il quale pure ha collaborato a lungo e ne è stato esponente di punta nel panorama romano, ma dal quale si è allontanato per insanabili divergenze con il gruppo romano che, nonostante tutte le migliori intenzioni, ha assunto comportamenti di gestione del potere incompatibili con le dichiarazioni di intenti del Movimento. Faccio notare che prima di gettare la spugna, Marco ha provato a investire Grillo e il gruppo che fa capo al suo blog (che non è una Direzione strategica di un partito, né tanto meno un organo dirigente) della questione, ma questi ha declinato l’intervento. Comprensibile, perché appunto Grillo, al contrario di come viene percepito dalla stampa italiana, non è il capo di un partito, né tanto meno il gruppo che fa riferimento a lui è una struttura di potere. I recenti avvenimenti che hanno riguardato alcuni senatori “dissidenti” hanno rilanciato sul mediatico, e non solo in Italia, l’immagine di un Grillo “capataz” e despota. A prescindere dalla malafede dei giornalisti e in genere dalla volontà di colpire in tutti i modi il M5S, credo che questa rappresentazione sia inevitabile poiché legata ad un modo “vecchio” di osservare il mondo e soprattutto quello della politica.

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La guerra in Ucraina e la democrazia

russi e ucrainiDopo la rivoluzione di  Maidan, che ha cacciato il governo del corrotto Victor Yanukovych, che a sua volta aveva cacciato il governo della corrotta Julia Tymoshenko,  in Ucraina tira aria di guerra. I media occidentali, dopo aver inneggiato al trionfo della democrazia per la cacciata di Yanukovych, adesso gridano all’invasione e mostrano ragazze ucraine che agitano foto di Putin travestito da Hitler. Ora, finché queste favole le raccontano i medi americani, la cosa potrebbe anche avere un senso. In fondo, il Maccartismo negli USA non è mai morto, e pure se tutto si può dire di Putin tranne che è comunista, la Russia si terrà questa nomea almeno per i prossimi quattrocento anni, e persino se restaurassero la dinastia dei Romanov! Gli americani sono molto più ottusi di Berlusconi, quando addita i comunisti in Italia (A proposito, ne conoscete qualcuno? No Vauro no, grazie…).

Mettiamo un po’ di ordine nelle vicende drammatiche di queste ore, che rischiano di riportare la guerra in Europa centrale a poca distanza da noi, come accadde con la guerra di Jugoslavia, che finì in un bagno di sangue e nella frantumazione del paese. Questo è ciò che rischia anche l’Ucraina, vista la situazione e la composizione etnica del suo vasto territorio.

Dico subito che quella del popolo che scende in piazza per la democrazia e contro il dittatore e si fa ammazzare per l’Europa Unita è una favola per gonzi americani. A quanto pare, anche noi Europei dobbiamo aver assunto la stessa faccia da gonzi, forse a forza di mangiare schifezze da McDonald’s, perché ce la propinano anche a noi e in molti ci credono pure. Appunto mettiamo un po’ di ordine e cerchiamo di capire che sta succedendo.

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I forconi di Roma

romaMa che bello! I conti della Capitale sono al dissesto completo dopo la mancata approvazione del solito decreto di salvataggio che la stampa nazionale ha battezzato con l’espressione “decreto SalvaRoma”, e la città dovrà chiudere. Ha ragione Marino a dire che l’espressione “SalvaRoma” è falsa e fuorviante. Si tratta, in realtà di soldi che lo Stato trattiene dalle tasse dei romani e che non sono stati trasmessi al Comune, insomma il solito furto di Stato, che per darti poi i tuoi soldi fa finta di elargire aiuti. Marino, del quale non ho alcuna stima, ma che in questa circostanza mi sta piacendo molto, minaccia di chiudere la città e invoca i forconi contro i politici e la politica da strapazzo. Niente bus e metropolitana, niente servizi di manutenzione delle strade, degli alberi, dei giardini, delle fognature e dei tombini, niente Municipale e niente parcheggi, né semafori, né multe e nemmeno traffico. Niente trasferimenti ai Municipi e quindi, chiusi gli asili nido, i centri anziani, i giardini e parchi pubblici, l’assistenza domiciliare e quant’altro di loro competenza. Gireranno solo le auto blu dei politici, così i cittadini sapranno subito e senza alcun dubbio con chi prendersela.

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Il non-incontro tra Grillo e Renzi e il programma di governo

Come molti italiani e, immagino, buona parte dei miei lettori, ho seguito lo streaming dell’incontro tra la delegazione del M5S guidata da Beppe Grillo e il Premier incaricato Matteo Renzi. L’unica cosa corretta che ho sentito nei commenti successivi è stata che si è trattato in realtà di un non-incontro. D’altra parte, vista la distanza che c’è tra le parti, era difficile pensare che potesse andare diversamente. Tuttavia, i dieci minuti di meta-colloquio, sono stati divertenti e i due, che hanno innato il senso dello spettacolo, sono riusciti a tirarne su uno anche in un tempo così fugace.

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Oggi i Lupercali: Auguri a tutti!

300px-Altar_Mars_Venus_MassimoPassato San Valentino, e il suo solito accompagnamento tra il melenso e l’indigesto di baci, abbracci, carezze e sdolcinature varie, arriva la vera festa dell’amore, i Lupercali, in latino Lupercalia. La festa fu istituita da Romolo e Tazio che, anche se non è molto ricordato, governarono insieme per cinque anni, dopo il ratto delle Sabine. L’antefatto della festa è curioso: a Roma le donne sembravano improvvisamente diventate sterili e così il popolo andò in processione al bosco sacro a Giunone per avere dalla Dea un consiglio sul da farsi. Il responso fu quanto meno sconcertante. Le donne dovevano essere penetrate da un caprone! Un Augure etrusco che aveva accompagnato la processione, però, diede una interpretazione meno sconvolgente, per la quale non doveva essere necessariamente praticata la zooerastia così come sembrava richiedere la Dea. Bisognava sacrificare un capro, e trarre dalla sua pelle delle strisce (dette februae) con cui battere le donne. Pare che dopo dieci mesi lunari dopo questa singolare pratica, molte donne partorirono. Fu Numa Pompilio poi, a disciplinare i riti della festa.

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