Quarantasei anni dopo Saigon, Kabul

Kabul e Saigon (ma non è lo stesso elicottero)

Dopo quarantasei anni, a Kabul si sono viste le medesime scene che ci presentò nel 1975 la precipitosa fuga da Saigon degli americani, incalzati dalla irresistibile avanzata dei Vietcong. Non ho alcuna simpatia per il governo dei Talebani, e tanto meno per la loro ideologia e per le loro tradizioni sociali e politiche. Non fosse altro per come trattano le donne, fatto peraltro comune a gran parte del mondo islamico. Ma quando gli americani decisero di attaccare l’Afghanistan, reo di aver ospitato Al Qaeda e Osama Bin Laden che, ricordo, aveva lavorato a lungo con i servizi di sicurezza americani, mi sembrò una scusa bella e buona per fare i cani da guardia del nemico supremo Iran, per mettere una spina nel fianco della nemica Russia, per dare un segnale di forza a tutto il mondo islamico, e per fare qualche affaruccio. Presidente era un Bush, e si sa che i Bush sono petrolieri, che cercavano allora di impadronirsi delle riserve degli stati ex URSS che gravitano intorno all’Afghanistan. Il progetto, che poi era la reale causa della guerra in Afghanistan, consisteva nella costruzione di un gasdotto che portasse il gas del Mar Caspio, direttamente al mare attraverso il Pakistan e l’India e magari anche un oleodotto per sfruttare le enormi riserve di petrolio del Kazakistan.

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Trump e il vicolo cieco dei progressisti

La vittoria di Donald Trump è l’effetto della rivolta dell’America profonda contro le élites finanziarie e industriali della costa est e di quella ovest, contro le banche, contro la borsa, contro la globalizzazione che si traduce in prodotti cinesi a basso costo che tolgono pane e lavoro, contro i bugiardi delle televisioni e dei giornali. Ma non è una rivoluzione, anzi. La vittoria di Trump … Continua a leggere Trump e il vicolo cieco dei progressisti