Quarantasei anni dopo Saigon, Kabul

Kabul e Saigon (ma non è lo stesso elicottero)

Dopo quarantasei anni, a Kabul si sono viste le medesime scene che ci presentò nel 1975 la precipitosa fuga da Saigon degli americani, incalzati dalla irresistibile avanzata dei Vietcong. Non ho alcuna simpatia per il governo dei Talebani, e tanto meno per la loro ideologia e per le loro tradizioni sociali e politiche. Non fosse altro per come trattano le donne, fatto peraltro comune a gran parte del mondo islamico. Ma quando gli americani decisero di attaccare l’Afghanistan, reo di aver ospitato Al Qaeda e Osama Bin Laden che, ricordo, aveva lavorato a lungo con i servizi di sicurezza americani, mi sembrò una scusa bella e buona per fare i cani da guardia del nemico supremo Iran, per mettere una spina nel fianco della nemica Russia, per dare un segnale di forza a tutto il mondo islamico, e per fare qualche affaruccio. Presidente era un Bush, e si sa che i Bush sono petrolieri, che cercavano allora di impadronirsi delle riserve degli stati ex URSS che gravitano intorno all’Afghanistan. Il progetto, che poi era la reale causa della guerra in Afghanistan, consisteva nella costruzione di un gasdotto che portasse il gas del Mar Caspio, direttamente al mare attraverso il Pakistan e l’India e magari anche un oleodotto per sfruttare le enormi riserve di petrolio del Kazakistan.

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Che succede al prezzo del petrolio?

Molti amici ed estimatori mi hanno chiesto delucidazioni sulla improvvisa caduta verticale del prezzo del petrolio e sulle sue origini. Ringrazio tutti per la fiducia, ma francamente non posso fare molto di più che formulare delle ipotesi, probabilmente vaghe e forse vere solo in parte. Per le previsioni, poi, non ne parliamo nemmeno, osservatori ed analisti potenti ed accreditati e sbagliano regolarmente, nonostante dispongano di … Continua a leggere Che succede al prezzo del petrolio?

La guerra del Gas (ancora sul golpe in Ucraina)

shale-gas-extractionUna ventina di giorni fa ho scritto un articolo in cui facevo alcune considerazioni sull’Ucraina e la rivoluzione di piazza che ha decretato la fine del governo Yanukovych e sugli interessi in gioco. Oltre al fatto, successivamente ampiamente confermato, che più che dai moti spontanei di piazza, la vittoria della rivoluzione fu dovuta ad un gruppo ben armato e finanziato dagli americani, sostenevo che il vero obiettivo degli americani fosse la Crimea, sia per ragioni di stretta natura militare, sia per impedire ai russi di creare la via meridionale per portare il gas in Europa. La costruzione del South Stream, il gasdotto di cui la Saipem del gruppo ENI, si è assicurata il ricco appalto per circa due miliardi di dollari da completare entro il dicembre 2015, e che dovrebbe attraversare il Mar Nero per sbarcare in Bulgaria e da lì in Italia meridionale, è attualmente sotto osservazione dell’EU e soprattutto degli USA ed è sospeso se non si trova un accordo. Tuttavia, non avevo tenuto conto di un fattore importante che ha spinto gli Usa a spendere ben cinque miliardi di dollari per i rivoltosi (che a proposito, adesso reclamano i soldi che pare, non hanno ancora ricevuto secondo le promesse) del Maidan.

La mossa dei Russi di riprendersi rapidamente la Crimea, battendo sul tempo ogni possibile reazione occidentale ed evitando di ricorrere alle inutili e dispendiose lungaggini delle procedure ONU in materia di risoluzione dei conflitti regionali, ha probabilmente sorpreso gli occidentali. C’è una storiella divertente in proposito: “Shimon Peres incontra Putin e gli chiede: Vladimir, ma tu hai qualche antenato ebreo? E Putin gli chiede: Cosa te lo fa pensare Shimon? Beh – continua Peres – sei riuscito a far spendere cinque miliardi agli americani per farti consegnare la Crimea. Nemmeno un ebreo avrebbe trovato tanto coraggio!

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